giovedì 5 giugno 2008

Quell'insopprimibile tentazione di rimanere cattolici - III Parte.

I dietro le quinte della Grazia nella recente storia d'Inghilterra: John Henry Newman, la liturgia cattolica e quei gran bravi ragazzi dei ritualisti anglicani.


Parrocchia anglicana ritualista di S. Pietro in Docks, Londra.



Naturalmente, come era già avvenuto nel campo dottrinale, i primi avversari di tutte queste novità furono le frazioni protestanti. Nel 1839 la «Cambridge Campden Society» si era fatta promotrice di studi sull’arte cristiana e sull’architettura da essa defluita, anche nel campo della ornamentazione e della decorazione delle chiese: questa società, così innocua, destò subito gravi sospetti e venne denunziata come papista, tanto più dopo che la società, in occasione del restauro della chiesa del Santo Sepolcro di Cambridge, aveva rifatto l’altare in pietra, onde nacquero tali contese da venirne interessata la stessa Corte degli Archi, la quale giudicò l’altare illegale nella Chiesa d’Inghilterra e doversi quindi sostituire.

Nel 1842 la «questione dei camici», nata dal generalizzarsi di tale indumento ecclesiastico in molti ambienti trattariani, mise a soqquadro chiese e presbiteri, redazioni di giornali ed episcopi, dando luogo ad una accanita discussione e ad infinite disquisizioni in merito. Ciò che può fare qualche meraviglia, ove si pensi che nella «rubrica» propria della Chiesa Anglicana, quale si legge nel «Prayer Book», è prescritto tassativamente che il ministro indossi il rocchetto per la predica. I ritualisti non facevano quindi che seguire una prescrizione perfettamente legale, ma le sobillazioni degli «evangelici» e dei loro fogli furono tali da suscitare veri tumulti in molte chiese, in cui i ministri erano apparsi in cattedra con quell’indumento.

Anzi, le cose ad Exter andarono tant’oltre, che un predicatore ci rimise quasi la vita e la questione parve di tale importanza da essere portata davanti alla Camera dei Lords.

Tali incidenti non furono che le prime avvisaglie di un seguito di vessazioni e di persecuzioni, durate oltre un ventennio, cioè per tutto il periodo di maggiore espansione del ritualismo.

Delle vicende del ritualismo ritengo sia conveniente accennare qualche caso tipico, in quanto esse sono come il prologo dei primi tentativi più diretti di intesa con Roma e in fondo la stessa base remota, ma reale, della questione delle Ordinazioni, senza calcolare che le recentissime discussioni del «Prayer Book» hanno fatto ritornare tutta questa materia in piena attualità.

I primi centri della lotta contro i ritualisti furono Chichester ed Oxford: nella prima il vescovo accusava il reverendo Neale per lo «straccionismo con cui aveva trasformato la semplicità della sua chiesa, imitando le digradanti imitazioni di una falsa Chiesa» e lo traduceva davanti alle varie Corti fino ad ottenerne la condanna da quella degli Archi. Ad Oxford, invece, l’accusato era lo stresso vescovo Wilberforce e l’accusatore il già noto e molesto reverendo Golightly, che aveva dato tanto filo da torcere a Newman e Pusey. Le accuse che egli muoveva al vescovo, se non di complicità, almeno di accondiscendenza, erano circa la confessione auricolare, la croce col crocefisso sull’altare, le processioni, gli stendardi, gli altari di pietra, l’ostia romana, l’immistione dell’acqua nel vino nella celebrazione dell’Eucaristia, l’elevazione e l’adorazione degli elementi, gli ornamenti romani e i conventi femminili.

Il famoso seminario di Cuddesdon era poi segnalato come il focolare di tutti questi orrori. Il vescovo si difendeva come poteva, non osando prendere chiaramente sopra di sé le novità, che diceva tollerate in vista di un maggior bene, né ridurre Golightly al silenzio, per timore di non trovare nei colleghi sufficiente appoggio: anche nella diocesi si parteggiava, a tutto scapito della religione, e le chiese erano campi di battaglia e di dissenso.

A Londra nel 1850 il caso Bennett era stato causa, esso pure, di agitazioni veementi. Bennett, ritualista avanzato e curato della popolare chiesa di S. Barnaba, era stato rimproverato dal vescovo Blonfield di «istrionismo rituale» senza che però Bennett se ne desse per inteso, adducendo a sua giustificazione di non poter fare diversamente.

Allora molti degli avversari anti-ritualisti si mobilitarono per disturbare, varie domeniche di seguito, l’officiatura in S. Barnaba, finché il vescovo, vedendosi impotente a far rispettare il suo «vicar», trovò nulla di meglio che domandarne ed ottenerne le dimissioni: ma il peggio fu che il successore di Bennett, rev. Liddel, essendo altrettanto ritualista e quindi perseverando negli stessi supposti errori, si vide questa volta intentata causa da una parte dei suoi parrocchiani, i quali affermavano che essi pagavano il loro «vicar» non già perché egli facesse i suoi comodi, ma perché accondiscendesse ai loro gusti. Liddel, credendo di ben fare e di trovarvi appoggio, si appellò al «Consiglio Privato», dandogli purtroppo in tal modo l’occasione di iniziare una serie di decisioni in materia rituale, destinate a restare famose per l’incomprensione della materia e l’inettitudine dei giudizî.

Comunque il «Consiglio Privato», composto di laici, fiancheggiato dal primate di Canterbury e dal vescovo di Londra come consultori, non condannò totalmente le pratiche di Liddel, anzi ammise l’uso dell’altare scolpito ed ornato, purché fosse in legno, ed anche i colori della copertura dell’altare, a seconda delle stagioni, e le croci sulle pareti e sull’altare. Dichiarò invece illegali i pizzi sulla tovaglia della comunione, la croce infissa sul tavolo della cena, la Via Crucis ed altre cose. Le spiegazioni di tale sentenza si possono perfettamente illuminare con le credenze liturgiche della Chiesa Stabilita in quel tempo: l’altare in legno serviva a caratterizzare la differenza tra cattolici e anglicani in merito all’Eucaristia, la quale gli anglicani consideravano come «una festa celebrata alla tavola del Signore» e quindi ritenevano necessario che vi fosse veramente una tavola, a richiamare l’idea della mensa ed a togliere ogni idea di sacrifizio: e mentre i cattolici confessavano la «transustanziazione» della materia del Sacramento, gli anglicani non vi vedevano altro che simbolo e significazioni quasi allegoriche o una presenza il cui modo di essere non era facilmente definibile.

Le decisioni del «Consiglio Privato» davano adito all’impiego di strane sottigliezze per eluderle, come avvenne, per esempio, nella parrocchia di S. Luca a Chelsea in Londra; quando vi fu rifatto l’altare, essendo stato censurato il parroco perché l’aveva voluto di marmo, in omaggio al desiderio dei fedeli, i parrocchiani rinchiusero il marmo in riquadrature di legno, e quando sorsero nuove difficoltà, essi combinarono una costruzione in legno tutta incrostata di marmo.

(segue)


Tratto da C. Lovera di Castiglione "Il movimento di Oxford", Morcelliana, Brescia 1935.


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Le puntate precedenti:

Quell'insopprimibile tentazione di rimanere cattolici - I Parte.

Quell'insopprimibile tentazione di rimanere cattolici - II Parte.

2 interventi dei lettori:

Areki ha detto...

Cari amici di Rinascimento sacro ho letto la terza puntata sul movimento di Oxford... l'ho trovata particolarmente interessante ed illuminante a riguardo dei tentativi di protestantizzare la chiesa cattolica, tentativi che si appoggiano alla riforma liturgica del post concilio di cui ci si è serviti indebitamente....
verrebbe da dire meditate gente, meditate.
Grazie e continuate così.

J.H.Newman ha detto...

Queste tue gentili considerazioni non possono che onorarci: crediamo che per comprendere le cose si debba sempre meditare sulle cause. Anche quelle più nascoste, insolite e talvolta, apparentemente, distanti. Rerum cognoscere causas. Semper.
Grazie alla premura di Daniele che sta curando la pubblicazione.