Sarà il cinquattottenne don Enrico Manzini, parroco di Casale Corte Cerro, il nuovo parroco di Crevoladossola. L’annuncio ai fedeli sarà dato domenica, nel corso della Santa Messa, da don Luciano Mantovani, parroco di Montecresese che ha amministrato la parrocchia negli ultimi mesi, dopo le dimissioni di don Stefano Coggiola, il prete fedele al rito tridentino.
Quest’ultimo ha stipulato, martedì scorso, alla diocesi a Novara, una convenzione con il nuovo parroco con il quale è stato deciso che le messe con il rito antico si possano svolgere nei giorni festivi nella chiesa di Caddo, ed anche in tutti i giorni feriali, previo accordo tra i due. I sacramenti con il rito antico saranno celebrati da don Enrico con la collaborazione, e la partecipazione, di don Stefano Coggiola. Per agevolare don Stefano e i suoi fedeli gli verranno anche consegnate le chiavi della sacrestia e della chiesa di Caddo. Don Stefano Coggiola in questi giorni è a Vocogno, in Valle Vigezzo, insieme all’altro prete ossolano fedele al rito antico, don Alberto Secci. Dai due sacerdoti, ancora nessuna conferma ufficiale, anche se don Stefano comunica che la messa domenicale in latino a Caddo sarà celebrata alle 10,30, ed in settimana il martedì, giovedì e sabato alle 9,30.
Sembra così avviarsi a conclusione una vicenda iniziata circa un anno fa, una querelle che aveva diviso i fedeli di due parrocchie, Crevoladossola e Santa Maria Maggiore, e che non pochi grattacapi aveva dato al vescovo di Novara, monsignor Renato Corti, che applicando quando previsto dal Motu Proprio emesso da papa Benedetto XVI, permetterà ai due preti fedeli al rito tridentino di avere una propria chiesa dove celebrare per i fedeli che desiderano seguire la messa in latino.
Fonte CVAzzurra - Photo NASA Sunrise of 20th June 1996








































8 interventi dei lettori:
Trovo a dir poco aberrante tale convenzione (ci vuole proprio un bel coraggio a chiamarla così)! E' l'ennesimo caso di umiliazione inferta ad un sacerdote solo ed esclusivamente per il suo legame all'antico rito.
Dispiace che a questa soluzione (che, paradossalmente, è quasi l'applicazione "ideale" del MP) si sia giunti dopo molte polemiche ed inciampi che potevano essere evitati. But life goes on e siamo certi che il percorso che iniziera' domenica sara' foriero di interessanti risultati.
Qualcuno ha detto che "l'obbedienza non è più una virtù"... lezione evidentemente ben recepita dai sacerdoti ossolani: la loro ostinazione su posizioni chiaramente "contra ius" non diventa "buona" solo perchè la pensano come (alcuni di) noi. Apprezzo la saggezza e l'equilibrio del vescovo di Novara, che ha mostrato molto più buon senso dei tre suoi preti.
Come altri, ho avuto modo di seguire la vicenda piuttosto da vicino e di conoscere personalmente alcuni dei suoi protagonisti (incluso il vescovo) e devo dire che ho trovato la situazione molto più complessa di quanto è in seguito apparso dalla cronache (scarse) dei giornali.
Le due tesi 1) vescovo ostile pone veto al vetus e 2) pacifici sacerdoti vengono penalizzati per il loro legame con il rito antico, non rispondono al vero. Sia perché monsignor Corti è tutt'altro che ostile al rito gregoriano, sia perché l'oggetto del contendere non è stata la fedeltà dei tre (oltre ai due citati nel thread ce n'è un altro) al vetus ordo ma la loro fedeltà alle disposizioni dettate dal romano pontefice con il Motu Proprio. Che nella curia novarese e in molti ambienti ecclesiastici della diocesi esista una certa avversione alle disposizioni del Motu Proprio (accompagnate - si ha talvolta l'impressione - da scarsa simpatia per Benedetto XVI), come del resto nella curia milanese (non senza nesso, perché il vescovo di Novara è suffraganeo dell'arcivescovo di Milano) è un sospetto che numerosi indizi hanno finito per consolidare in un dato. A quanto mi consta, per esempio, non esiste alcuna messa stabile in vetus ordo nella città di Novara, contrariamente a quanto sbandierato nell'organo di informazione della curia. Tuttavia i tre preti in questione non hanno brillato né per umiltà, né per obbedienza, né per mansuetudine. Qualcuno di loro ha rilasciato interviste inopportunamente polemiche a emittenti televisive locali proprio all'indomani del tentativo di composizione della controversia da parte del vescovo, danneggiando di fatto la giusta causa della Tradizione di cui pur dichiaravano di essere al servizio. Non è insomma tutto oro quel che luccica.
L'accomodamento trovato in questi giorni non è forse qualcosa di cui andare entusiasti, ma compone una ferita che nessuna delle parti in causa si è impegnata a sanare con la dovuta tempestività e la dovuta assennatezza.
Non è questa la sede per ripercorrere tutte le tappe del cammino che ha portato al compromesso di questi giorni, ma mi preme ribadire che le cose sono alquanto più intricate di quel che sembra, con derive di stampo ideologico e collassi di carità cristiana da ambo le parti.
Evitare, quindi conclusioni affrettate sia riguardo al vescovo, sia riguardo ai tre sacerdoti, sia riguardo agli altri attori, palesi o occulti, dell'episodio.
La sede vescovile di Novara non è più suffraganea di Milano da circa due secoli.
S. Ec. mons. Corti è nativo della diocesi di Milano e ne è stato, oltre che prete, anche vescovo ausiliare per 9 anni.
..."è suffraganea", caro anonimo, va effettivamente corretto in "era suffraganea", ma la sostanza della questione non muta: le relazioni tra Novara e Milano sono sotto più aspetti intense.
Confermo tutto quanto scritto dall'anonimo delle 19.53, in quanto anch'io ho seguito tutta la vicenda da vicino.
S.
Le liturgie officiate dai sacerdoti in questione sono formalmente impeccabili, anzi esemplari, ciò che dimostra - se ce ne fosse bisogno - come un rito "blindato" (privo cioè di eccessive aperture all'estro del celebrante e del beghinato di complemento) consenta in modo sistematico, quasi automatico, di conferire grande dignità e decoro al rito e massimo onore a Colui nel Nome del Quale è officiato, anche da parte di sacerdoti mediocri.
Il Vetus Ordo ha le spalle larghe e non avvizzisce nemmeno per omelie ipotecate da ossessivi spunti polemici di sapore montalenghiano o per letture eseguite in modo ostentatamente corrivo (con il Secondo Vangelo letto a velocità supersonica, come certi mantra di suoni disarticolati che si ascoltano nel Subcontinente indiano).
L'esperienza dei due parroci ossolani e di quello bassopadano rivela la straordinara "tenuta" del rito gregoriano. Che la funzione domenicale diventi la "messa di Forza Nuova", come qualcuno ha etichettato - non so quanto a ragione - quella del parroco di Garbagna e Nibbiola o la "messa dei postlefebvriani", come altri hanno etichettato quelle dei tre parroci nel loro complesso, è una circostanza che non riesce a guastare più di tanto la qualità del rito.
Resta comunque auspicabile che il rito gregoriano venga sottratto al monopolio di certe pastorali incentrate sul completo rigetto del Vaticano II, sulla figura del sacerdote come one man's band per il quale i laici costituiscono nella migliore delle ipotesi utili idioti e nella peggiore una spiacevole seccatura, sul sordo rifiuto di qualsiasi confronto con la modernità - interpretata in chiave apocalittica - e sulla pur circostanziata recalcitranza alle indicazioni del Papa: se è vero che il Vescovo di Novara fu ordinato con il rito antico, i tre recalcitranti della sua diocesi sono stati ordinati con il rito nuovo e sono diventati sacerdoti a Vaticano II veduto.
Per altro verso, tuttavia, va riconosciuto che nella diocesi di Monsignor Corti sono stati compiuti diversi passi per non incoraggiare e anzi SCORAGGIARE il ricorso abituale al rito gregoriano. L'auspicio è che dopo avere trovato un compromesso con i suoi sacerdoti paralefebvriani, Monsignor Corti voglia correggere il tiro anche sull'altro fronte e PROMUOVERE una serie di messe in vetus ordo in vari punti della sua non piccola diocesi, così da consentire a tutti i fedeli di entrare serenamente in contatto anche con il rito tradizionale. Da una parte e dall'altra la coda di paglia non aiuta, a differenza del coraggio e della generosità.
Franco
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