Chiesa di St. Mary the Virgin, Times Square, New York.
Mentre durava la controversia per la «Posizione», un’altra ne scoppiò nel campo dottrinale, dovuta in massima parte alle idee dei ministri della Chiesa Larga. Stavolta il capro espiatorio fu il simbolo di S. Atanasio, che essi, in omaggio alla critica moderna, negavano appartenere al santo Patriarca alessandrino per attribuirlo ad oscuri compilatori del secolo VII. Il simbolo, come si sa, contiene dichiarazioni precise sulla Trinità e sull’Incarnazione contro le dottrine ereticali del secolo V e si conchiude con una serie di anatemi, secondo l’uso del tempo, composti con fraseologia tradizionale.
I cattolici sogliono recitare il simbolo ogni domenica a Prima: agli anglicani il «Prayer Book» fa invece obbligo di recitarlo 23 volte all’anno, durante l’ufficiatura del mattino.
I latitudinaristi desideravano l’abolizione del simbolo atanasiano, trovandolo troppo rigoroso e non più adatto ai tempi, dato che la sua pubblica recitazione, fatta in inglese, scandalizzava ed offendeva con affermazioni forse buone ed ammissibili al secolo V, ma, secondo essi, non adatte in pieno secolo XIX.
Infatti molte ufficiature parrocchiali lo avevano già soppresso alla chetichella e da lungo tempo, ma il movimento di Oxford, fin dai suoi inizî, aveva altamente reclamato contro tale negligenza, includendone nei suoi postulati il pronto ristabilimento: tuttavia le resistenze del clero e dei fedeli erano andate crescendo: gli uni rifiutando di sottoscrivere quello dei «39 Articoli» che esigeva la credenza nel simbolo atanasiano, gli altri chiudendo ostensibilmente i loro libri di officiatura durante la sua recita.
Nel frattempo, altre questioni dello stesso genere essendo sorte, era stata nominata una Commissione Reale di inchiesta sulle «rubriche», alla quale anche la questione atanasiana venne deferita; ma la Commissione, sotto l’influenza di Wilberforce, non volle entrare nel merito, limitandosi a dichiarare che gli anatemi contenuti nel simbolo non erano da prendersi alla lettera, ma piuttosto come una «solenne ammonizione contro coloro che rigettavano la fede cattolica». Ma l’arcivescovo Tait ed altri 17 dissidenti insistettero nel primo punto di vista, reclamando la totale abolizione del simbolo, ritenendolo incompatibile colla mentalità del secolo corrente: ciò diede inizio ad una curiosissima polemica; naturalmente la contesa dilagava più che mai nel campo della Chiesa Larga con Stanley alla testa; essi venivano accusati dagli uomini dell’Alta Chiesa e dalle frazioni ritualiste, capeggiate da Pusey, di eresia e di insegnare «essere indifferente di credere ad una cosa o all’altra».
La controversia durò tre anni: l’opinione pubblica fu abbastanza informata con numerosi «meetings», pubblicazioni e petizioni; il clero, come sempre diviso, battagliò nelle due Convocazioni dei vescovi e del clero inferiore: dai vescovi non veniva alcuna luce e nessuna risoluzione. Pusey e Lidchon continuavano a minacciare di ritirarsi dal ministero, qualora il simbolo venisse condannato: minaccia che, data la personalità dei due ecclesiastici, aveva sempre qualche efficacia specialmente sull’episcopato, timoroso dello scandalo che tale avvenimento susciterebbe. Finalmente, sotto la pressione dell’opinione pubblica, dei fedeli e di tanta parte del clero, stanchi della inutile logomachia, si addivenne ad una conclusione, come al solito mediana, in modo da accontentare o scontentare tutti quanti: d’ora in poi una nota esplicativa accompagnerebbe il simbolo e spiegherebbe certe sue frasi dottrinali. La redazione di tali spiegazioni fu quanto mai laboriosa, dovendosi trovare il modo di accontentare le esigenze le più disparate: Pusey era in grandi faccende e di nascosto se ne consigliava con lo stesso Newman, ma finalmente la elucidazione poté essere riassunta in una dichiarazione precisante che il simbolo non costituiva alcuna novità nei confronti delle credenze tradizionali, ma era piuttosto una esposizione drastica di verità necessarie a credersi dai fedeli, mentre i suoi anatemi non riguardavano gli individui in particolare, ma rispondevano a una fraseologia abitudinaria nelle sentenze conciliari e patristiche.
La vittoria dei ritualisti questa volta, sebbene incompleta, apparve a tutti evidente, denotando un mutamento assai generale dell’opinione pubblica in loro favore; malgrado tutto ciò la lotta contro il simbolo atanasiano seguitò ancora per molti anni, finché languì e cadde poi del tutto per mancanza di serie conclusioni.
Non era peranco terminata la questione del simbolo che tutte le frazioni antiritualiste partirono per un’altra offensiva ancora più tenace, questa volta contro il Sacramento della Penitenza, ben consce di toccare un punto scabroso ed irritante per la mentalità inglese.
Come si è già detto, fin dall’inizio del movimento i trattariani avevano introdotto la confessione, usandone però con sufficiente discrezione e prudenza; però quelle novità non erano sfuggite agli avversari e qua e là essi avevano provocato scandali e scenate, non disdegnando di valersi anche della calunnia, specialmente nei confronti dei nuovi sodalizi monacali anglicani. Passato qualche anno, i ritualisti, sentendosi più forti, avevano finito per omettere ogni prudenza, raccomandando la confessione pubblicamente ed usandone apertamente: essi, coll’Eucaristia, la consideravano giustamente come il maggiore strumento di apostolato e di rinnovamento religioso, e tanto più tra la plebe grossolana e materiale di Londra. Ma tutto ciò urtava pregiudizî profondi e radicati nella mentalità inglese, gelosa dei proprî segreti, insofferente di aprirsi con chicchessia su questioni considerate assolutamente intime.
Pareva inoltre ai più, per sentito dire, che la confessione potesse degenerare in inconvenienti assai gravi, anche per la pace famigliare, e potesse essere un mezzo per il clero di maneggiare segreti a proprio profitto: tutto il bagaglio, in una parola, dei soliti sofismi e delle solite volgarissime insinuazioni. La campagna condotta dal clero della Chiesa Bassa e Larga contro il «potere delle chiavi» era assai veemente, non esitandosi dalle stesse cattedre di affermare che «la pratica della confessione è una capitale offesa alla dignità umana, tanto da parere insufficienti la pena dell’esilio e del confino a punirla, meritando essa la pena di morte».
I protestanti, che stavano all’agguato, si valsero di un mezzo molto comune anche in altri paesi, accusando un certo rev. Poole di domande indiscrete e indecenti mosse ai proprî penitenti. L’accusa era e fu dimostrata falsa, ma il vescovo Tait, nullameno, biasimò l’uso che il rev. Poole aveva di raccomandare ai fedeli la confessione, anzi, coll’occasione di sospenderlo, in un pubblico rescritto espose le dottrine della Chiesa inglese in materia. L’incidente non ebbe per il momento alcun seguito, né impedì che l’uso della confessione si diffondesse ancora e tanto che nel 1873 ben 483 «clergymen» firmarono una petizione alla «Convocation» sedente in Canterbury, perché venisse provveduto all’educazione, alla scelta e alla istruzione di confessori debitamente qualificati, e ciò in accordo con le leggi canoniche.
Tale petizione nasceva dalla considerazione dell’uso ormai sempre più diffuso del Sacramento e dalla preoccupazione di eliminare inconvenienti spesso originati dalla mancanza di indirizzo unico, dall’assenza di un testo ed essenzialmente di una reale ed effettiva delega di poteri da parte dell’autorità legittima.
L’inopinata manifestazione meravigliò gli uni e gli altri, mettendo sempre più contro ritualisti e antiritualisti; i protestanti in essa vollero vedere una netta e strapotente affermazione provocatrice, ma molti tra gli stessi ritualisti e firmatari erano tanto incerti su così ardua materia, da essere in dubbio se non si fosse andato troppo oltre.
I vescovi, dai quale del resto c’era nulla da sperare essendo già note le loro idee in proposito, radunati nella loro «Convocation» dichiararono «di ripudiare la pratica della confessione abituale nel modo più perentorio e che la nozione sacramentale della confessione costituiva un errore gravissimo». E intanto nominarono una commissione di studio perché redigesse un rapporto particolareggiato di indole dottrinale su quel tema, mai pensando in quali imbarazzi venivano a porsi; infatti, malgrado l’avversione della commissione per la confessione, essa si trovò di fronte ai formulari del «Prayer Book», nei quali la pratica della confessione era prevista ed accompagnata dal potere di assolvere.
Si decise, quindi, la dilazione della pubblicazione del rapporto. Allora le frazioni protestanti, per guadagnar tempo, mobilitarono la stampa, indicendo assemblee e petizioni, spandendo voci e calunnie, fino a tirare in ballo l’onore della nazione che, secondo loro, era leso da pratiche così basse: ma il partito opposto usava delle stesse armi per difendere la «potestà delle chiavi» e la nozione sacramentale, donde una confusione enorme, tanto che finalmente i vescovi compresero di non poter più continuare nel loro silenzio.
Si trassero essi d’imbarazzo facendo capo al «35° Articolo di Religione», nel quale chiaramente è affermato non essere la confessione sacramento, e ribadita dall’altro lato la tradizione della Chiesa inglese per cui la confessione può venir sostituita dall’appello individuale, da farsi con cuore contrito, ai meriti di nostro Signore, confessandosi così direttamente e segretamente a Dio onnipotente, e che soltanto in via affatto eccezionale può il peccatore ricorrere al ministro, riceverne consigli spirituali e, desiderandolo, l’assoluzione.
Ma l’assoluzione, spiegavano i vescovi, non doveva essere considerata come un complemento necessario dell’atto e, in loro appoggio, citavano il fatto che lo stesso «Prayer Book» non prevedeva alcuna formula assolutoria; comunque aggiungevano che in nessun caso era lecito al confessore inquisire sulle circostanze, sul numero e sulla qualità delle colpe, dovendo esso astringersi ad una semplice audizione passiva di ciò che il penitente gli voleva dire.
La dichiarazione episcopale per tutte le sue contraddizioni spiacque in sommo grado agli ambienti più religiosi della Chiesa d’Inghilterra, tanto che Pusey si mise a capo di una nuova vigorosa protesta, con una dichiarazione, firmata da molti «clergymen» assai in vista, nella quale, in contraddizione coi vescovi, si esponeva la vera dottrina sacramentale, affermandosi essere la confessione una condizione necessaria ed indispensabile per il perdono del peccato dopo il battesimo, e quindi l’assoluzione l’epilogo naturale e logico di essa. La dichiarazione era ricorsa a frasi molto caute, le quali però non riuscivano a mascherare l’opposizione decisa alle dichiarazioni episcopali: tuttavia nessun vescovo osò muoversi contro il veneratissimo Pusey.
(segue)
Tratto da C. Lovera di Castiglione "Il movimento di Oxford", Morcelliana, Brescia 1935. Le puntate precedenti sono in BIBLIOTECA storia ecclesiastica. Photo Rmc Gervey








































2 interventi dei lettori:
Che noia!
Se è così noioso prendi nota e non venire più su questo sito. Buon divertimento, la rete è piena di risorse, sicuramente troverai quel che fa per te e che ti diverte tanto.
Posta un commento