lunedì 27 ottobre 2008

Imperia: mons. Oliveri celebra il primo Pontificale al Trono. Un trionfo che entra nella storia.

Per la prima volta in Italia dai tempi che furono, un'intera Diocesi si stringe attorno al proprio Vescovo per il primo Pontificale al Trono nella forma straordinaria: un salto di qualità nell'applicazione del Summorum Pontificum che dona coraggio.
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Domenica 26 Ottobre 2008, ore 15.30

Basilica Concattedrale Collegiata Insigne dei
SS. Maurizio e Compagni Martiri

Imperia

MESSA PONTIFICALE AL TRONO SECONDO LA FORMA STRAORDINARIA
Festa di Cristo Re dell'Universo

Celebra S.Ecc. Rev.ma Mons. Mario Oliveri
Vescovo di Albenga-Imperia


in occasione della professione dei Voti Solenni di sette suore Francescane dell'Immacolata.


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«ECCE QUOD CONCUPIVI IAM VIDEO, QUOD SPERAVI IAM TENEO»:
CRONACA DI UN’ESPERIENZA STRAORDINARIA





di Daniele Di Sorco

Imperia, 27 Ottobre 2008 - Se è difficile esprimere in modo adeguato una sensazione senza correre il rischio di sminuirla o addirittura di deformarla, ancor più difficile è descrivere a parole un’esperienza straordinaria sotto ogni punto di vista, che non si limita alla pura emozione, ma coinvolge la totalità della propria persona e del proprio essere cattolico. Tale, a mio avviso, è stata la solenne Messa pontificale officiata ieri pomeriggio dal vescovo d’Imperia mons. Mario Oliveri, durante la quale sette suore Francescane dell’Immacolata hanno consacrato la loro vita a Dio mediante i voti perpetui di obbedienza, povertà e castità. Spero, quindi, che i lettori mi scuseranno se il mio resoconto non riesce a dare un’idea sufficientemente vivida di ciò a cui ho partecipato.

I motivi che hanno reso straordinario l’evento sono tanti. Quello più vistoso è senza dubbio il rito, straordinario non solo nella forma, ma anche nelle modalità, vista l’occasione, oggi rarissima, per i fedeli di assistere alla liturgia tradizionale celebrata nella sua espressione più compiuta e perfetta – quella pontificale – dalla quale derivano per riduzione e adattamento tutte le altre. Questo ai cultori delle antiche forme liturgiche potrebbe apparire scontato; meno scontato, forse, è il fatto che la funzione non è stata celebrata da uno di quei pochi Vescovi che di volta in volta si mettono a disposizione dei gruppi «tradizionalisti» sparsi per il mondo, ma dall’Ordinario del luogo di una diocesi come tante altre, nella basilica cattedrale della sua città e circondato dal suo clero. Queste considerazioni basterebbero da sole a far capire che si è trattato di un evento eccezionale. Ma c’è molto di più.

Una delle critiche più comuni che circolano tra i detrattori della liturgia tradizionale è quella di «passatismo»: il rito antico, secondo costoro, non sarebbe che un nostalgico attaccamento al passato da parte di chi non può o non vuole prendere atto della realtà presente. Ora, la funzione di ieri pomeriggio ha dimostrato nella pratica l’infondatezza di tale obiezione. In effetti, non sembrava affatto di trovarsi di fronte a una riproposizione del passato. Quasi tutti i ministri dell’altare, compresi il diacono e il suddiacono, avevano un’età compresa tra i venti e i trentacinque anni. Giovani erano anche le suore che hanno emesso la professione, come pure le consorelle e i frati della stessa Congregazione che le accompagnavano, e molti giovani si contavano tra le fila degli oltre duecentocinquanta fedeli che affollavano la navata.

Ma non è solo questione di età: ad allontanare definitivamente l’idea di una mera «rievocazione storica» ha contribuito soprattutto il santo entusiasmo con il quale i presenti hanno partecipato al rito. I ministri del Vescovo, in particolare, hanno svolto le cerimonie con tale impegno e devozione che non potevano esserci dubbi sul loro amore ai divini misteri. Anche in questo caso, non si trattava di clero «specializzato»: il servizio all’altare era per lo più composto da seminaristi e giovani sacerdoti della diocesi; e al presbiterio diocesano appartenevano i canonici che, rivestiti di rocchetto e mozzetta paonazza o svolgendo l’ufficio di diaconi assistenti, erano presenti in coro.

Devo confessare, però, che l’impressione più grande suscitata in me dall’evento di ieri è stata la sua inaspettata efficacia pastorale. La cattedrale d’Imperia è la più grande chiesa della Liguria ed era piena di popolo. Tra i presenti ci saranno stati alcuni cultori dell’antica liturgia, come l’autore di questo scritto, ma la stragrande maggioranza era costituita da fedeli comuni, che conoscevano la Messa «in latino» solamente per sentito dire, e da «non praticanti», invitati alla professione di una suora loro parente. Ebbene, il fatto veramente straordinario è che tutte queste persone hanno assistito a una funzione durata tre ore e mezza e officiata in una lingua ad essi sconosciuta in devoto raccoglimento, senza fughe dalla chiesa (diversamente da quanto avviene abitualmente ai matrimoni, nonostante la cerimonia sia in italiano e duri un’ora scarsa), senza chiacchiericcio e, quel che più conta, senza disattenzione, partecipando attivamente sia alle risposte che al canto.

Mancava, in altre parole, quel senso di estraniamento, di disinteresse, di voglia di stare altrove che si legge sui volti dei fedeli in quasi tutte le funzioni un po’ più frequentate del solito. Merito, forse, degli accorgimenti del cerimoniere, che all’inizio della celebrazione ha ricordato alcuni princìpi di «igiene liturgica» ormai dimenticati, come la genuflessione al passaggio del Vescovo, e del commentatore, che con brevi e sobri interventi introduceva le singole cerimonie invitando alla preghiera. Ma io credo che la ragione principale sia stata un’altra. La liturgia romana tradizionale, con la sua elevatissima spiritualità, ha parlato. E il popolo ha risposto.

Dopo aver passato in rassegna i motivi che, a mio parere, hanno contribuito a fare della Messa di ieri pomeriggio una efficacissima manifestazione di fede cattolica, professata e vissuta, resta ora da delinearne le principali caratteristiche rituali.

Il Vescovo, in abito corale, è stato ricevuto alle porte della chiesa da mons. Amodeo, canonico del capitolo metropolitano di Milano, dal clero della cattedrale e dai seminaristi, i quali, in ossequio alle norme della liturgia tradizionale, si sono inginocchiati al suo passaggio; lo stesso hanno fatto i fedeli. Dopo una breve sosta in adorazione alla cappella del SS. Sacramento, il Presule si è recato in sacrestia per indossare i sacri paramenti. Nel frattempo il cerimoniere, salito all’ambone, ha illustrato brevemente ai fedeli alcune particolarità della liturgia tradizionale e ha raccomandato che la funzione si svolgesse in silenzioso raccoglimento.

La puntualità con la quale i fedeli hanno osservato tali indicazioni dimostra che esse non sono, come molti credono, inutili. Terminata la vestizione, ha avuto inizio la solenne processione d’ingresso; tra il clero presente spiccavano i Padri Benedettini dell’Immacolata, recentemente stabilitisi in diocesi, e i Padri Francescani dell’Immacolata. Appena il celebrante e i suoi ministri sono giunti in presbiterio, dalla cantoria le voci femminili del coro monastico hanno cominciato l’antifona all’Introito e la Messa è andata avanti con le consuete cerimonie fino al canto del graduale.

A questo punto le suore che dovevano emettere i voti sono entrate in presbiterio, il vescovo si è seduto sul faldistorio preparato al centro della predella e ha avuto inizio il solenne rito della consacrazione. Esso si è svolto nella forma tanto lunga quanto suggestiva prevista dal «Rituale Romano-seraphicum» del 1955 (tit. VI, cap. III), con la sola modifica della formula di professione. Il Vescovo, dopo aver interrogato le suore circa le loro intenzioni, ha esortato tutti i presenti a pregare per loro, e ciò è avvenuto per mezzo delle Litanie dei Santi (si trattava delle cosiddette «Litanie dell’Ordine Serafico», alle quali cioè sono aggiunti i nomi dei Santi più eminenti appartenuti ai tre Ordini fondati da S. Francesco), durante le quali le suore si sono prostate a terra in segno di umiltà e di sottomissione alla volontà celeste. Il rito prevedeva poi l’invocazione dello Spirito Santo tramite l’inno Veni, Creator Spiritus e la recita, da parte del Vescovo, di una speciale preghiera di benedizione, seguita dal prefazio della consacrazione.

Terminate queste cerimonie, ha avuto luogo la professione vera e propria, che ciascuna suora ha emesso nelle mani del fondatore della Congregazione dei Francescani dell’Immacolata, p. Stefano Maria Manelli. Ai voti di obbedienza, povertà e castità che le sette giovani si sono solennemente impegnate a rispettare per tutta la vita, il Vescovo ha risposto con una promessa e un ammonimento: «Et ego ex parte Dei omnipotentis, si haec observaveris, promitto tibi vitam aeterna.: Se osserverai queste cose, io ti prometto, a nome di Dio onnipotente, la vita eterna». Ma la cerimonia ha raggiunto il suo culmine nel mistico sposalizio tra le neoprofesse e Cristo, celebrato dal Vescovo mediante l’imposizione dell’anello e della corona di spine, quasi a voler significare che l’unione con Cristo può essere realizzata pienamente soltanto associandosi alla Sua passione redentrice.

È in questo momento che le singole suore, con la voce rotta dalla commozione, hanno esclamato: Ecce quod concupivi iam video, quod speravi iam teneo: illi sum iuncta in caelis, quem in terris posita tota devotione dilexi. Ecco, finalmente vedo ciò che ho tanto desiderato, finalmente possiedo ciò che ho sperato: sono unita nei cieli a colui che in terra ho amato con dedizione perfetta». Le novelle spose di Cristo si sono poi avvicinate alle consorelle per scambiare con loro l’abbraccio di pace e raccomandarsi alle loro preghiere. Infine il Vescovo, dopo aver di nuovo benedetto le neoprofesse, le ha affidate alla custodia della Superiora.

Terminata la cerimonia di consacrazione, la Messa è ripresa dal canto dell’Alleluia. Non avevo previsto tempi così lunghi (erano già passate due ore e mezza) e, visto che si stava facendo tardi, ho dovuto rinunciare, sia pure a malincuore, ad assistere al resto della cerimonia per fare ritorno a casa. Tra le tante impressioni che l’esperienza di ieri ha lasciato in me (e, credo, anche in molti dei presenti), c’è senza dubbio un atteggiamento di forte perplessità nei confronti di chi ha tentato di privarci di tanta ricchezza in ossequio alle presunte esigenze dei tempi moderni; ma c’è soprattutto speranza, speranza che iniziative come queste non siano che l’avanguardia di quella rinascita spirituale – da realizzarsi non solo nella liturgia, ma a tutti i livelli – che è il desiderio più grande di tutti i cattolici sinceri.



Copyrights Rinascimento Sacro 2008. Photo Daniele Di Sorco. All rights reserved.

29 interventi dei lettori:

Anonimo ha detto...

un vescovo davvero "straordinario"!
sono piacevolmente sconvolto, speriamo che nei prossimi anni il ricambio generazionale porti tanti mons. Olivieri alla guida delle diocesi italiane.
Laus Deo!

Stefano

Anonimo ha detto...

Sembra che anche Mons. Oliveri sia affezionato agli altari "ad orientem". Molto bene.

Areki ha detto...

Grazie Mons. Olivieri per la preziosa testimonianza.

Anonimo ha detto...

Si chiama Oliveri, non Olivieri....

Anonimo ha detto...

Mons. Oliveri, da ormai quasi venti anni alla guida della Diocesi, è un faro illuminante.
Sia nella celebrazione VO che in quella NO ha sempre posto in risalto l'importanza della liturgia fatta BENE e secondo le NORME.
Peccato che il vicino vescovo di Sanremo (ops Ventimiglia-Sanremo) non sia di altrettanta caratura.
Viva Mons. Oliveri!

Daniele ha detto...

Adero.

Anonimo ha detto...

Siamo onorati ad avere un Vescovo così!!! ci saremo anche noi il 26 all'altare... Viva papa Benedetto, il Vescovo Mario e San Pio V

Anonimo ha detto...

Oggi esce la notizia che Mons. Carreggio, Vescovo di Sanremo (Ventimiglia ormai l'ha abbandonata!) affiderà agli eretici Ortodossi Romeni la Chiesa del Carmelo, in pieno centro di Sanremo (da anni non più officiata).

Lo stesso Vescovo che non ha dato vita facile a chi chiedeva la Messa di sempre, ponendo condizioni al limite del burocratese, poi si svende a chi vilipende il Papa e rifiuta il suo Primato Petrino.

Vergogna Carreggio, Vergogna!

Anonimo ha detto...

Grazie Eccellenza reverendissima, una bellissima dimostrazione di fede cattolica.
Ad multos annos!

Anonimo ha detto...

attendiamo con ansia foto della celebrazione. Sono già online da qualche parte?
Grazie.

Areki ha detto...

Grazie a Mons. Oliveri, sono molto contento aspettavo con ansia le foto. Un bellissimo "precedente" che incoraggerà anche altri Pastori.
don bernardo alias Areki

un sacerdote ritrovato ha detto...

Mi è piaciuto molto il commento di Daniele presente alla cerimonia... Anch'io dopo aver partecipato ad alcune celebrazioni analoghe ho avuto la stessa impressione e mi si sono affacciati alla mente i medesimi pensieri. Penso proprio che col Motu Proprio si sia aperta una falla che via via si fa sempre più larga nella cortina di ferro che per troppi anni ci ha privati del vero, del bello e del bene.
Siamo orfani del sacro e la liturgia dovrebbe venire incontro a questo bisogno fondamentale di ogni uomo e non spegnerlo in nome di un razionalismo senz'anima.
C'è qualcosa di inquietante e diabolico in quanti (forse in buona fede, ma ne dubito) hanno lavorato per la "modernizzazione" della liturgia... è stato forse il più grande abbaglio collettivo della storia della Chiesa... Finalmente il Signore ci sta liberando da questo accecamento...

Anonimo ha detto...

Ero il turiferaio della celebrazione.
Quello che posso dire è GRAZIE. Grazie a Mons. Oliveri che ci ha permesso di vivere questo momento. Grazie al suo predecessore, Mons. Piazza, che negli anni bui ha tenuto accesa la fiammella. Grazie al Parroco don Ivo ed al suo predecessore Mons. Drago (che ha tenuto tanto duro che ancora oggi la Concattedrale ha 4 confraternite e 6 processioni).
Grazie a tutti quelli che hanno partecipato: la gente comune che poi mi ha fermato dicendo "che bello!".

Anonimo ha detto...

Causa una solenne S. Messa "in terzo" a Viguzzolo (nella quale dovevo cantare il "proprium Missæ") non ho potuto essere presente ad Imperia, ma mi è piaciuto considerare che proprio in quel momento e in due luoghi non troppo distanti, si stavano svolgendo due S. Messe in forma solennissima in onore e a maggior gloria di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'universo.
Conceda Iddio che simili "contemporaneità" abbiano a diventare ovunque la norma e non il caso fortuito. La schiera dei bravi Vescovi e Sacerdoti si sta ingrossando e sta uscendo dalle catacombe; forse è proprio il momento che stiamo vivendo oggi la vera primavera della Chiesa: il timido ma splendido rifiorire della natura dopo le tenebre, il freddo, la desolazione e le tempeste che ci hanno angariato per 43 anni...

Anonimo ha detto...

Vedere queste celebrazioni rallegra il cuore e accende di nostalgia verso questo rito che, purtroppo, causa anagrafica non ho potuto goderne che solo una decina di volte nell'ultimo anno (da quando è uscito il Motu Proprio di Papa Benedetto).

Spero proprio che, Dio volendo, la Messa Gregoriana ritorni ad essere la forma ordinaria di celebrazione.

Spero anche che, come la cattività romana ad Avignone del Papa è durata all'incirca 70 anni, così anche la "cattività liturgica" della Messa Gregoriana (che dura da 39 anni) duri anch'essa al massimo 70 anni.

Quindi, pazienza, perchè la pazienza è la virtù dei forti.

Grazie per il lavoro che fate.

R.

Anonimo ha detto...

Grazie Eccellenza ! Mi sono commosso nel vedere le foto su Rinascimento Sacro e catturato da un pizzico di invidia ho telefonato ad un Vescovo che conosco da anni e so che è sensibile...
Il poveretto mi ha detto che non si può mettere contro i Colleghi (...) della Conferenza Episcopale (...) .
Ha anche tentato di dire che i suoi fedeli non hanno espresso richieste della celebrazione con l'antico rito.
L'ho subito zittito dimostrandogli il contrario...
Com'è possibile che in una sola Diocesi italiana si possa godere dello splendore della Liturgia romana antica ?
A chi farebbe del male assistere nelle Marche ad un Pontificale celebrato da un Vescovo Diocesano?
Si da spazio a tutto furchè alla Messa antica che , al contrario, attira i giovani e Rinascimento Sacro sa bene di questa tendenza benedetta dall'Alto.
Noi abbiamo più sensibilità dei Vescovi ?
Cristo regna !
Andrea Carradori
www.missaleromanum.it

Caterina63 ha detto...

Io sono senza parole!!!!
le immagini parlano veramente da sole e comprendo come Daniele abbia scritto che è difficile spiegare a parole ciò che li si è vissuto....^___^
Anzi devo dire che è la prima volta che vedo delle Professioni applicando il MP e frutti succulenti verranno da queste benedizioni....

Grazie di cuore a quanti hanno potuto permettere la riuscita dell'evento, a chi ha lavorato "dietro le quinte", a chi ha immortalato l'evento in quelle bellissime immagini....

Fraternamente CaterinaLD

Anonimo ha detto...

I dati parlano da soli.
La diocesi di Albenga-Imperia ha 163 Parrocchie (e molte di queste sono piccolissime frazioni di paesi della valle) e 190 sacerdoti oltre a 17 diaconi permanenti.
Il seminario diocesano (che è l'unico rimasto aperto in tutta la Liguria perché gli altri si sono accorpati a quello di Genova) ha mediamente 10 seminaristi e ogni anno almeno 4 giungono ai Sacri Ordini.
Moltissime parrocchie di città (quasi tutte direi) hanno Parroco e Vice Parroco.
Mentre in diocesi di Ventimiglia, ad esempio, ben due monasteri a Taggia sono stati chiusi, in diocesi di Albenga arrivano sempre nuove fondazioni (Benedettini a Villatalla, Francescani Immacolata ad Albenga, Imperia, Alassio e San Bartolomeo al Mare).

Chi ha torto e chi ha ragione?
Quale è la politica che premia? Quella sciatta modernista o quella legata ad una particolare ed attenta liturgia anche, in alcuni casi, con il rito straordinario?

A voi i commenti.

Anonimo ha detto...

Chi ha torto e chi ha ragione?
Quale è la politica che premia? Quella sciatta modernista o quella legata ad una particolare ed attenta liturgia anche, in alcuni casi, con il rito straordinario?
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Domanda pericolosa la tua... se usiamo il principio del "contra factum non est argomentum" facciamo almeno attenzione che ci si può ritorcere contro... pensiamo a quanti giovani restano ogni anno invischiati nei seminari "Redemptoris Mater" o a quanti finiscono nel noto "monastero" del Biellese sotto "l'illuminata" (sit venia verbo) guida del celebre ragioniere-priore dalla voce soave... a vedere i loro numeri, i nostri piccoli successi che tanta gioia e soddisfazione ci danno, impallidiscono...

Ahinoi, siamo solo all'inizio, non possiamo permetterci il lusso di gongolare per i nostri successi, dobbiamo piuttosto pregare incessantemente per la conversione di....[censura preventiva]...

Daniele ha detto...

Fermo restando che il principio del "contra factum non est argumentum" è privo di senso e che quindi non è possibile misurare la bontà di un'iniziativa sulla base del suo successo numerico, occorre al tempo stesso ricordare che, nei lunghi periodi di tempo, il valore di qualche cosa può essere misurato non solo attraverso le sue caratteristiche intrinseche, ma anche, in qualche modo, attraverso i suoi frutti.

Naturalmente si tratta di una valutazione in termini qualitativi, non quantitativi. Nel mio articolo ho cercato di mettere bene in luce che il successo dell'iniziativa di Imperia va cercato (a mio avviso) non tanto nella vasta partecipazione popolare, quanto nel modo in cui questa partecipazione è avvenuta. In questo senso, i seminari "Redemptoris Mater" e l'innominabile comunità prealpina hanno risultati che possiamo definire senza paura d'errore fallimentari.

A questa osservazione, bisogna aggiungere quella che, nei lunghi periodi, il degrado qualitativo influisce anche sulla quantità. Si pensi al Cammino Neocatecumenale: dopo un'esplosione iniziale (in termini numerici) ora è in rapida decadenza.

Quindi, a mio avviso, non c'è da stupirsi se la "politica" della diocesi d'Imperia sia vincente anche in termini quantitativi. E questo perché la gente, il popolo, ragiona in termini molto più logici di quanto pensino certi intellettuali, e se la fede viene presentata come una delle tante sovrastrutture del pensiero umano soggetta al divenire storico, questo modo di pensare può inizialmente attrarre qualcuno (la "smania di novità" è una caratteristica dell'uomo in generale e dell'uomo moderno in particolare), ma a lungo andare rivela le sue contraddizione interne e smette di esercitare attrazione.

Anonimo ha detto...

Mons. Oliveri era già conosciuto come ultra conservatore. Con l'uscita del motu proprio Summorum Pontificum, finalmente può dar sfogo a tutta la sua devozione per San Pio V.
Si vergogni Eccellenza!
Ps.
La diocesi di Albenga Imperia ha così tanti preti e seminaristi, perchè monsignor vescovo accoglie ogni tipo di fuoriuscito. Vogliamo i numeri o la qualità? Poveretto chi verrà dopo di lui, avrà parecchi problemi!

Luca Pavan Bresciano ha detto...

COMMENTO AL COMMENTO DI "ANONIMO" del 31 ottobre: Lei per insultare in maniera becera e insolente Mons. Vescovo non ha avuto nemmeno il coraggio di firmarsi. Una critica ha senso solo se argomentata altrimenti è solamente equiparabile a un secchio di fango. Mons. Oliveri, Iddio ce lo conservi, ha agito correttamente e per il bene spirituale del suo gregge, ha rispettato le "regole" e ha agito in conformità a quanto concesso dal Venerato Pontefice. Se essere "conservatori" significa additare la via del Cielo come instancabilmente fa il nostro Vescovo allora evviva i conservatori. Lei porti argomenti concreti e SERI di discussione o taccia! Luca Pavan Bresciano

sigher ha detto...

Al codardo anonimo del 31/10:
"La calunnia è un venticello...." soprattutto se a sproloquiare è qualcuno dotato, forse, di qualcosa di paonazzo... Se lei conoscesse anche solo superficialmente il Nostro Eccellentissimo Vescovo saprebbe che non è per nulla ultraconservatore, semplicemente è fedele al depositum fidei affidatogli da Pietro. Per dirla tutta, è stata dura, invece, convincerLo ad un atto liturgico pubblico così solenne proprio per timore dei beceri e vuoti commenti che (come volevasi dimostrare) si sarebbero sprecati. Povera Chiesa arricchita da sì tanti anonimi tarli!
Il seminario annovera molti studenti non perché raccoglie dove capita ma perché chi bussa alla porta del Vescovo, trova un padre che ascolta, comprende, incoraggia, corregge e, sovente respinge. Sono altre le diocesi che nel silenzio accolgono i fuoriusciti (financo da Albenga...).
Dalla Celebrazione Pontificale celebrata e vissuta con tanta fede non possono che giungere abbondanti Grazie e benefici sui fedeli partecipanti.

A lei "anonimo" e a tutti quanti, buona commemorazione dei fedeli defunti e buona domenica sotto lo sguardo infallibile di DIO.

Don Simone Ghersi

Tiziano ha detto...

A chi ha scritto il commento vorrei soltanto dire che - con molta probabilità - i voti delle monache non erano solenni; la solennità dei Voti non coincide infatti con quella del Rito... i Voti solenni li hanno solo gli ordini monastici, i mendicanti, e i chierici regolari e gli ordini di antica fondazione; non credo che il Francescani e le Francescane dell'Immacolata siano annoverati tra questi, quindi se ciò fosse ancora possibile chiederei che si corregga con "Voti Perpetui". Grazie. Ecceadsum.

Don Leonardo M. Pompei ha detto...

Sono don Leonardo Maria Pompei, della Diocesi di Latina, grande estimatori dei Francescani dell'Immacolata e della liturgia tradizionale, nonchè conoscitore personale della Rev.ma Superiora del Convento di Città di Castello, le cui suore hanno emesso voti solenni nelle mani di Mons. Vescovo. Appartenni, ahimè, al Seminario Redemptoris Mater, da cui la Madonna mi tirò fuori rigenerandomi ed aprendomi molto i miei poveri occhi. Compatisco profondamente l'anonimo del 31 Ottobre e pregherò la Mamma che apra gli occhi anche a lui. Ringrazio l'Immacolata che esistano vescovi come Mons. Olivieri e che, grazie a Papa Benedetto XXI, è forse iniziata l'ultima fase del cammino verso il trionfo del Cuore Immacolato, che non potrà non coincidere col trionfo del Cuore eucaristico di Gesù, che nella liturgia tradizionale è indubbiamente sommamente adorato, onorato e trattato come è dovuto al Figlio di Dio in persona. Siano lodati Gesù e Maria.

Don Leonardo M. Pompei ha detto...

P.S. Mi sono accorto che al mio commento c'è un errore di battitura: ho scritto Benedetto XXI, ma è ovvio che intendevo scrivere Benedetto XVI. Siano lodati Gesù e Maria

Anonimo ha detto...

Vedo solo ora il sito e la notizia di questo pontificale. Ho vistole foto e onestamente non capisco tutto questo entusiasmo.
Io ho impatato a servire la messa prima del concilio ed ho vissuto tutto il processo di riforma della liturgia; ancora, per quel che posso, cerco di dare un contributo al servizio liturgico. Onestamente non ho rimpianti.
Certo, in nome della riforma in qualche parrocchia si è fatto e si fa di tutto di più, ma non c'è bisogno di tornare al rito tridentino per avere liturgie ben ordinate e solenni. Anche col rito vaticano si può celebrare con grande solennità (una solennità che non ha niente da invidiare a quella del duomo di POrto Maurizio)ed avere al tempo stesso un'ampia partecipazione attiva della comunità, così come previsto dallo spirito della riforma conciliare.
Lo posso affermare con sicurezza sulla base della mia esperienza in tante parrocchie della mia zona (prov. di Pisa). Anche le processioni sono ampiamente frequentate, sebbene nella mia parrocchia le compagnie, meno la Misericordia, siano state soppresse già sotto Pio XII.
Quindi a che serve rispolverare il rito tridentino con tutte le sue ridondanze? Anche il vescovo di Imperia ha avuto il pudore di non farsi mettere il baldacchino sulla cattedra. Perché? Lo ha ritenuto inutile? Ma allora che rito tridentino è? Lo si può... adattare? Mi piacerebbe sapere se si è fatto baciare la mano dal diacono titte le volte che gli porgeva qualcosa (dalle foto non si vede). E se il dicono qualche volta se lo fosse dimenticato?
Mah...
Ripeto: a che serve riesumare questo rito?
A meno che, come fa un ragazzo di mia conoscenza, non si metta in dubbio la validità della messa celebrata col nuovo rito... Ma allora è tutto un altro discorso...
Paolo

Anonimo ha detto...

Una delle prerogative della Liturgia è anche quella di esprimere una "sacra bellezza". Mi sembra superfluo aggiungere che sia il concetto di "sacro" sia quello di "bello" sono trasmigrati da molte pratiche liturgiche cattoliche. Il "sacro" rimanda ad una coerente prospettiva di ordine spirituale in cui la Chiesa anticipa in qualche modo gli eskata nella liturgia, il termine "bello" rimanda a qualcosa di spiritualmente armonioso che si serve, però, dell'arte. Oggi viviamo in un grande disorientamento ma, penso, si può cominciare a venirne fuori se si recupera un forte senso spirituale (non spiritualoide per carità!) e liturgico (cultuale verso Dio, non puramente estetico o di autocompiacenza per le forme classiche). Il cammino è assolutamente lungo e forse porterà la Chiesa fuori dal secolarismo che la rode svuotandola di senso. Ci vorrà però molto tempo e la fine di generazioni illuse da un concetto di Chiesa non cattolico ma neppure cristiano.
Uno studioso.

Anonimo ha detto...

Trovo scritto: "A che serve riesumare questo rito?".
La domanda mi spinge a fare un altro intervento. La chiave per comprendere l'essenza del Cristianesimo è il termine "tradizione". Tradizione significa l'esatto contrario dell'impostazione culturale odierna. Nella Chiesa un uomo è grande - o è riconosciuto santo - quando esprimere il medesimo ethos testimoniato da sempre, il medesimo stile che affonda le sue radici nel Vangelo e nella comunità apostolica. La cultura presente, invece, è identicata da un altro termine "chiave": "individualismo" ossia originalità, radicalità, perpetuo cambiamento, porre se stessi e la propria limitata comprensione al di sopra di generazioni e generazioni. Ebbene questo, inutile dirlo, è il rovescio dell'ethos cristiano. La liturgia, intesa in senso realmente genuino, deve esprimere questo ethos di tradizione. Per questo un papa non può abolire in toto un rito ma ritoccarlo, non può permetterne un radicale cambiamento ma solo permettere degli adattamenti. Il problema del "ritus modernus", ossia del rito cosiddetto paolino è esattamente qui: si presta a cambiamenti anche radicali, antitradizionali. Il rito tradizionale latino, invece, pure se fosse celebrato in lingua italiana, trasmette tutta un'altra atmosfera. Non è tanto un papa che può cambiare queste cose che, in realtà, vengono modellate nei secoli da comunità realmente oranti e con grande rispetto e venerazione per le tradizioni della Chiesa.
Quando viene meno l'atmosfera di preghiera e di rispetto per le tradizioni (lo abbiamo visto in questi ultimi decenni in modo copiosissimo) si possono fare domande tipo: "Che senso ha riesumare questo rito?". Non ci si accorge di essere vittima di un individualismo di tipo modernistico che produce prodotti legati alle mode trasitorie dei tempi. Così una liturgia modernistica e di stampo individualistico è già vecchia nell'arco di qualche generazione. No, per la reale prospettiva ecclesiale, non siamo noi che dobbiamo cambiare la liturgia, è la liturgia che deve cambiare noi.
Uno studioso.