venerdì 12 marzo 2010

Roma: S. Messa in EF al Pantheon in suffragio dell'anima di S. M. Giovanna di Savoia

Dal sito ufficiale di Rinnovamento nella Tradizione pubblichiamo un'ampia selezione delle fotografie della S. Messa Solenne nella forma straordinaria del rito romano in suffragio dell'anima di S. M. Giovanna di Savoia, Regina di Bulgaria, celebrata Domenica 28 Febbraio scorso presso la Basilica di S. Maria ad Martyres (Pantheon) in Roma.


Benedetto XVI: sacerdozio ministeriale ed ermeneutica della continuità


DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO TEOLOGICO PROMOSSO
DALLA CONGREGAZIONE PER IL CLERO

Aula della Benedizione
Venerdì,
12 marzo 2010

Signori Cardinali,
Cari confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Gentili convenuti,

sono lieto di incontrarvi in questa particolare occasione e vi saluto tutti con affetto. Rivolgo un particolare pensiero al Cardinale Cláudio Hummes, Prefetto della Congregazione per il Clero, e lo ringrazio per le parole che mi ha rivolto. La mia gratitudine va all’intero Dicastero, per l’impegno con cui coordina le molteplici iniziative dell’Anno Sacerdotale, tra le quali questo Convegno Teologico, dal tema: “Fedeltà di Cristo, Fedeltà del Sacerdote”. Mi rallegro per questa iniziativa che vede la presenza di più di 50 Vescovi e di oltre 500 sacerdoti, molti dei quali responsabili nazionali o diocesani del Clero e della formazione permanente. La vostra attenzione ai temi riguardanti il Sacerdozio ministeriale è uno dei frutti di questo speciale Anno, che ho voluto indire proprio per “promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi” (Lettera per l’indizione dell’Anno Sacerdotale).

Il tema dell’identità sacerdotale, oggetto della vostra prima giornata di studio è determinante per l’esercizio del sacerdozio ministeriale nel presente e nel futuro. In un’epoca come la nostra, così “policentrica” ed incline a sfumare ogni tipo di concezione identitaria, da molti ritenuta contraria alla libertà e alla democrazia, è importante avere ben chiara la peculiarità teologica del Ministero ordinato per non cedere alla tentazione di ridurlo alle categorie culturali dominanti. In un contesto di diffusa secolarizzazione, che esclude progressivamente Dio dalla sfera pubblica, e, tendenzialmente, anche dalla coscienza sociale condivisa, spesso il sacerdote appare “estraneo” al sentire comune, proprio per gli aspetti più fondamentali del suo ministero, come quelli di essere uomo del sacro, sottratto al mondo per intercedere a favore del mondo, costituito, in tale missione, da Dio e non dagli uomini (cfr Eb 5,1). Per tale motivo è importante superare pericolosi riduzionismi, che, nei decenni passati, utilizzando categorie più funzionalistiche che ontologiche, hanno presentato il sacerdote quasi come un “operatore sociale”, rischiando di tradire lo stesso Sacerdozio di Cristo. Come si rivela sempre più urgente l’ermeneutica della continuità per comprendere in modo adeguato i testi del Concilio Ecumenico Vaticano II, analogamente appare necessaria un’ermeneutica che potremmo definire “della continuità sacerdotale”, la quale, partendo da Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, e passando attraverso i duemila anni della storia di grandezza e di santità, di cultura e di pietà, che il Sacerdozio ha scritto nel mondo, giunga fino ai nostri giorni.

Cari fratelli sacerdoti, nel tempo in cui viviamo è particolarmente importante che la chiamata a partecipare all’unico Sacerdozio di Cristo nel Ministero ordinato fiorisca nel “carisma della profezia”: c’è grande bisogno di sacerdoti che parlino di Dio al mondo e che presentino a Dio il mondo; uomini non soggetti ad effimere mode culturali, ma capaci di vivere autenticamente quella libertà che solo la certezza dell’appartenenza a Dio è in grado di donare. Come il vostro Convegno ha ben sottolineato, oggi la profezia più necessaria è quella della fedeltà, che partendo dalla Fedeltà di Cristo all’umanità, attraverso la Chiesa ed il Sacerdozio ministeriale, conduca a vivere il proprio sacerdozio nella totale adesione a Cristo e alla Chiesa. Infatti, il sacerdote non appartiene più a se stesso, ma, per il sigillo sacramentale ricevuto (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn.1563; 1582), è “proprietà” di Dio. Questo suo “essere di un Altro” deve diventare riconoscibile da tutti, attraverso una limpida testimonianza.

Nel modo di pensare, di parlare, di giudicare i fatti del mondo, di servire e amare, di relazionarsi con le persone, anche nell’abito, il sacerdote deve trarre forza profetica dalla sua appartenenza sacramentale, dal suo essere profondo. Di conseguenza, deve porre ogni cura nel sottrarsi alla mentalità dominante, che tende ad associare il valore del ministro non al suo essere, ma alla sua funzione, misconoscendo, così, l’opera di Dio, che incide nell’identità profonda della persona del sacerdote, configurandolo a Sé in modo definitivo (cfr ibid., n.1583).

L’orizzonte dell’appartenenza ontologica a Dio costituisce, inoltre, la giusta cornice per comprendere e riaffermare, anche ai nostri giorni, il valore del sacro celibato, che nella Chiesa latina è un carisma richiesto per l’Ordine sacro (cfr Presbyterorum Ordinis, 16) ed è tenuto in grandissima considerazione nelle Chiese Orientali (cfr CCEO, can. 373). Esso è autentica profezia del Regno, segno della consacrazione con cuore indiviso al Signore e alle “cose del Signore” (1CorCatechismo della Chiesa Cattolica, n.1579). 7,32), espressione del dono di sé a Dio e agli altri (cfr

Quella del sacerdote è, pertanto, un’altissima vocazione, che rimane un grande Mistero anche per quanti l’abbiamo ricevuta in dono. I nostri limiti e le nostre debolezze devono indurci a vivere e a custodire con profonda fede tale dono prezioso, con il quale Cristo ci ha configurati a Sé, rendendoci partecipi della Sua Missione salvifica. Infatti, la comprensione del Sacerdozio ministeriale è legata alla fede e domanda, in modo sempre più forte, una radicale continuità tra la formazione seminaristica e quella permanente. La vita profetica, senza compromessi, con la quale serviremo Dio e il mondo, annunciando il Vangelo e celebrando i Sacramenti, favorirà l’avvento del Regno già presente e la crescita del Popolo di Dio nella fede.

Carissimi sacerdoti, gli uomini e le donne del nostro tempo ci chiedono soltanto di essere fino in fondo sacerdoti e nient’altro. I fedeli laici troveranno in tante altre persone ciò di cui umanamente hanno bisogno, ma solo nel sacerdote potranno trovare quella Parola di Dio che deve essere sempre sulle sue labbra (cfr Presbyterorum Ordinis, 4); la Misericordia del Padre, abbondantemente e gratuitamente elargita nel Sacramento della Riconciliazione; il Pane di Vita nuova, “vero cibo dato agli uomini” (cfr Inno dell’Ufficio nella Solennità del Corpus Domini del Rito romano). Chiediamo a Dio, per intercessione della Beata Vergine Maria e di San Giovanni Maria Vianney, di poterLo ringraziare ogni giorno per il grande dono della vocazione e di vivere con piena e gioiosa fedeltà il nostro Sacerdozio. Grazie a tutti per questo incontro! Ben volentieri imparto a ciascuno la Benedizione Apostolica.

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Quel prete è un bubbone? Lo strano caso di don Fichera agita la chiesa foggiana.

Da tempo seguiamo con molta attenzione lo strano caso di don Guglielmo Fichera, fondatore della rivista Fede e Cultura e già storico Parroco di San Luigi Gonzaga a Foggia. Recentemente don Guglielmo è stato trasferito dal suo Vescovo a Monteleone di Puglia, senza molte spiegazioni, creando perplessità e malcontento nei parrocchiani foggiani.

Chiariamoci subito. Un Vescovo ha la libera e legittima facoltà di disporre del proprio clero secondo le necessità del popolo di Dio; un Vescovo ha il diritto di interpretare la suprema guida di Pietro nella propria particolare situazione, e un Vescovo ha il dovere di custodire una sua opinione teologica all'interno della Dottrina Cattolica. Ebbene, ma se di queste reali necessità pastorali il popolo non ne vede traccia, se la suprema guida di Pietro, che dona un diritto universale e permanente a tutti i suoi ministri consacrati, viene contraddetta nei fatti, e se l'opinione teologica del Pastore viene facilmente fraintesa, quasi a mettere in discussione quella continuità che tiene la Fede unita, allora su tutta la vicenda s'adombra un grosso sospetto che qualcuno in Curia dovrebbe affrettarsi a dissipare subito. Quel prete andava spostato perchè celebrava anche la forma straordinaria del rito romano secondo le disposizioni del Papa? Così fosse questa vicenda sarebbe l'ennesimo caso di mobbing ecclesiale a causa del Summorum Pontificum, o quantomeno di un certo modo di fare e intendere la Chiesa Cattolica, e rischia di arrecare scandalo.



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Fonte Corriere del Sud 3 Marzo 2010.


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FOGGIA, TRASFERITO DON GUGLIELMO, ADDIO MESSA IN LATINO

di Tommi Guerrieri

Uomini al servizio del Signore. Si accetta così anche quell'imposizione che arriva dall'alto e fa venire il mal di pancia, perchè non l'accetti. Si ricorre alla fede e si accetta che dopo dieci anni don Guglielmo Fichera venga trasferito. Del resto, il rito canonico lo prevede. E così nessuna eccezione, nemmeno se si tratta del parroco di San Luigi Gonzaga.

Prete storico per la comunità di questa piccola chiesa, un parroco che a Foggia tutti hanno avuto modo di conoscere o di cui hanno sentito parlare. Per esempio sua l'iniziativa di recitare un rosario riparatore durante la programmazione del "Codice Da Vinci", solo per citare uno dei tanti esempi del modo di vivere la missione ecclesiale.

Da qualche mese don Guglielmo è a Monteleone di Puglia. Paese del Subappennino già noto alle cronache giornalistiche per un altro prete discusso, don Orazio, il parroco che sull'altare ci andava con il fido cane Break e che aveva alimentato non poche chiacchiere. Niente animali invece per Don Guglielmo, che celebrava solo quotidianamente la messa in latino. Piaceva a molti, ricordava l'infanzia ai più anziani, aveva un sapore mistico per i più giovani. Con quel doppio libretto con la traduzione per poterla seguire meglio. Ora la chiesa si sta lentamente spopolando. In molti sono andati via, in altre parrocchie della zona. Sembra anche - ma sono bisbigli - che un prete abbia detto no al suo Vescovo, rifiutandosi di venire qui a San Luigi. Difficile credere che sia così, che la parrocchia troppo povera abbia portato un parroco a dire no.

Intanto un giovane diacono cura la parte amministrativa mentre un cappuccino dell'Immacolata celebra messa e sacramenti. Musi lunghi e qualche smorfia, "troppa discontinuità", e in attesa di trovare una nuova guida, scontente ma pronte ad obbedire alla volontà del Signore, ci sono le fedelissime. Puntuali, come ogni giorno le donne che alle undici sono venute per il rosario, tengono duro. Don Guglielmo per loro era favoloso. Sarà difficile sostituirlo nel loro cuore, ma anche qui si ricorre alla fede, e con un sorriso si spera. "Che Dio ce lo mandi buono".


giovedì 11 marzo 2010

Stati Uniti: consacrazione della cappella del seminario della FSSP


Il 3 marzo scorso S. Ecc. Rev.ma Mons. Fabian Bruskewitz, Arcivescovo di Lincoln nel Nebraska, ha consacrato la cappella del seminario americano della Fraternità Sacerdotale di San Pietro. Alla solenne cerimonia, svoltasi naturalmente nella forma straordinaria del rito romano, ha preso parte un impressionante numero di sacerdoti, di religiosi e di fedeli. Assistevano l'Arcivescovo, come conconsacranti, le LL. EE. RR. Mons. Jamen Timlin, Vescovo emerito di Scranton in Pennsylvania, Mons. Edward Slattery, Vescovo di Tulsa in Oklahoma, e Mons. Robert Finn, Vescovo di Kansas City in Missouri; i Rev.mi D. Philipp Anderson, O.S.B., Abate di Nostra Signora dell'Annunciazione a Clear Creek in Oklahoma, e P. John Berg, Superiore Generale della Fraternità di San Pietro; il M. Rev. P. Joseph Bisig, rettore del seminario di Nostra Signora di Guadalupe; e il Rev. Charles Van Vliet, F.S.S.P. Era presente anche S. Em. Rev.ma il Sig. Cardinale William Levada, in qualità di Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei.

Due video di Gloria.tv offrono le riprese integrali della funzione.


Consacrazione della chiesa e degli altari




Messa pontificale




Fonte: NLM

Ritiro spirituale: le foto

Sabato scorso si è svolto a Firenze il ritiro spirituale quaresimale organizzato dal Coordinamento Toscano "Benedetto XVI". All'iniziativa hanno partecipato oltre quaranta fedeli provenienti da tutta la Toscana, col alcune presenze dall'Emilia-Romagna e dalla Liguria. Assai nutrita la presenza di giovani tra i venti e i trent'anni, ad ulteriore riprova di come la liturgia e la spiritualità tradizionale incontrino sempre più il favore dei fedeli. Offriamo ai lettori alcune foto delle funzioni liturgiche che hanno avuto luogo nel corso del ritiro.






mercoledì 10 marzo 2010

Benedetto XVI: l'ermeneutica della continuità per il Concilio Vaticano II


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A questo punto forse è utile dire che anche oggi esistono visioni secondo le quali tutta la storia della Chiesa nel secondo millennio sarebbe stata un declino permanente; alcuni vedono il declino già subito dopo il Nuovo Testamento. In realtà, “Opera Christi non deficiunt, sed proficiunt”, le opere di Cristo non vanno indietro, ma progrediscono. Che cosa sarebbe la Chiesa senza la nuova spiritualità dei Cistercensi, dei Francescani e Domenicani, della spiritualità di santa Teresa d’Avila e di san Giovanni della Croce, e così via? Anche oggi vale questa affermazione: “Opera Christi non deficiunt, sed proficiunt”, vanno avanti. San Bonaventura ci insegna l’insieme del necessario discernimento, anche severo, del realismo sobrio e dell’apertura a nuovi carismi donati da Cristo, nello Spirito Santo, alla sua Chiesa. E mentre si ripete questa idea del declino, c’è anche l’altra idea, questo “utopismo spiritualistico”, che si ripete. Sappiamo, infatti, come dopo il Concilio Vaticano II alcuni erano convinti che tutto fosse nuovo, che ci fosse un’altra Chiesa, che la Chiesa pre-conciliare fosse finita e ne avremmo avuta un’altra, totalmente “altra”. Un utopismo anarchico! E grazie a Dio i timonieri saggi della barca di Pietro, Papa Paolo VI e Papa Giovanni Paolo II, da una parte hanno difeso la novità del Concilio e dall’altra, nello stesso tempo, hanno difeso l’unicità e la continuità della Chiesa, che è sempre Chiesa di peccatori e sempre luogo di Grazia.

[...]

Benedetto XVI, Udienza Generale, 10 marzo 2010


Nuova S. Messa a Pisa


Il Comitato Pisano San Pio V comunica che S. Ecc. Mons. Giovanni Paolo Benotto, Arcivescovo della Chiesa Primaziale Pisana, ha acconsentito a istituire nella città di Pisa la celebrazione settimanale della S. Messa secondo la Forma Straordinaria del Rito Romano.

Secondo le indicazioni dell'Arcivescovo le celebrazioni, iniziate felicemente sabato 20 febbraio 2010, si svolgeranno ogni sabato alle ore 18.00 (Messa prefestiva valida per il precetto) presso la chiesa di San Giorgio ai Tedeschi (in via Santa Maria, presso Piazza dei Miracoli): il celebrante è Mons. Gino Biagini, Canonico della Chiesa Primaziale.

Per informazioni: comitato@comitatosanpiov.net

martedì 9 marzo 2010

L'invalidità delle ordinazioni anglicane (quinta parte)



Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Quarta parte


3. Reazione anglicana alla lettera leoniana.

L'effetto della lettera leoniana, disastroso per certe correnti della Chiesa anglicana, giunse graditissimo ai cattolici inglesi, che da lungo tempo insistevano perché una autorevole parola pontificia mettesse fine agli equivoci ed appagasse anche quei ministri anglicani che, passando al cattolicesimo, dovevano ricevere sub conditione il battesimo ed essere ordinati ex novo, come se fossero semplici laici: causa per molti di viva contrarietà e di non poca umiliazione.

Le fazioni protestanti della Chiesa anglicana furono del pari soddisfatte del documento pontificio, che negava, come esse facevano, ogni potestà sacerdotale negli anglicani: infatti lo stesso «Times», frequente loro portavoce, non esitò a definire la lettera di Leone XIII chiara, leale, moderata.

Anche gli anglicani dell'Alta Chiesa non furono del tutto spiacenti della lettera leoniana, come quella che pareva portare un colpo gravissimo ai ritualisti, da essi considerati come elementi perturbatori e nocivi alla tranquillità della Chiesa: sentimenti molto bene interpretati dal «Western Times» di Exter, il quale, in un articolo del tempo, diceva: «Se una conseguenza disastrosa dovrà seguire la pubblicazione del grave documento, il disastro non sarà per la Chiesa di Roma, ma piuttosto per coloro che si sono allontanati dai princìpi della Riforma».

I ritualisti ammettevano infatti che il colpo era ben duro: cadevano le loro illusioni sacerdotali, le loro convinzioni di far parte della Chiesa ecumenica come branca separata ma legittima, cadeva infine la loro certezza di essere operatori di sacramenti, e tutto ciò in un momento, rapidamente, dopo speranze carezzate a lungo, nelle quali erano stati mantenuti purtroppo anche da certe fazioni cattoliche, più sentimentali che logiche. Specialmente in Francia, anche una parte dell'episcopato, lusingato di essere interpellato e desideroso di favorire la tendenza all'unione, non sempre aveva avuto il coraggio di dir tutta la verità, nella sua crudezza, e ciò nel timore di mancare di carità verso i dissidenti, così bene intenzionati.

Quelle illusioni nei ritualisti dovevano essere ben tenaci, se anche oggi perdurano, non solo in moltissimi, i quali opinano di essere davvero ordinati, parendo loro impossibile il contrario, malgrado i documenti prodotti e le argomentazioni cattoliche; ma anche in altri molti, che, ritenendo il documento pontificio una dichiarazione non «ex cathedra» ma un'opinione privata, sperano possa essere riveduto ed anche mutato dai successori di Leone XIII.

A tale proposito è bene aggiungere subito che il documento pontificio non costituì di fatto una dichiarazione dogmatica nel senso stretto della parola, ma che esso appartiene a quel genere di documenti che, per il modo con cui sono redatti, lo studio che importano, le ricerche a cui danno luogo, la solennità della commissione cardinalizia che li discute e redige prima di sottoporli all'approvazione del Papa, assumono sempre una posizione definitiva, tanto più quando, per non essersi aggiunta alcuna nuova documentazione in contrario, nessuna delle ragioni addotte fu confutata o dimostrata errata, e quindi immutata è rimasta la materia del documento: che, anzi, nuove indagini storiche non fanno che avvalorarne le ragioni e le sanzioni.

Allo stupore dei ritualisti successe una irritazione profonda, tanto che i giornali loro amici, quegli stessi che da tempo esaltavano la Sede Romana, sì da parere alla vigilia di riconoscerne l'autorità, iniziarono una campagna violenta contro, tendendo a diminuire il valore conclusivo della lettera pontificia, a porre in luce presunti errori del Pontefice, male edotto, peggio consigliato, a dimostrare trattarsi di un nuovo caso di intolleranza papale, e giù a parlare di «prepotenze», di «sogni egemonici», di «finalità politiche», tirando fuori lo stantio bagaglio antipapale (sempre eguale in tutti i tempi), mischiando insieme sacro e profano, realtà e fantasia, verità e calunnia.

Ma forse ancora più dei ritualisti, l'episcopato della Chiesa stabilita si trovava in grande imbarazzo: avrebbe preferito assai di non rispondere alla lettera leoniana, ma il non farlo sarebbe equivalso ad ammettere col Papa che nella Chiesa anglicana non esisteva più né l'episcopato né vescovi. Decise quindi di rispondere. Del grave compito si incaricarono i due primati inglesi, quello di Canterbury e quello di York, dopo diligenti studi affidati ai migliori dei loro storici e dei loro teologi.

La lettera è intitolata «Responsio Archiepiscoporum Angliae ad litteras apostolicas Leonis Papae XIII de ordinationibus anglicanis» e reca come motto il versetto del salmo «Da pacem, Domine, in diebus nostris». Il tono della lettera è contenuto e degno, anche se talvolta lascia apparire l'amarezza e il disappunto; i due primati si rivolgono con rispetto al Papa, chiamandolo «venerando fratello» («Frater ille venerabilissimus»), ne riconoscono la costante retta intenzione («semper cum bona voluntate scripsit») e la sua persona confessano degna di onore e di riverenza («multa in ipso amore et reverentia digna esse libenter profitemur»), e quindi iniziano la contro discussione, protestando di volerlo fare «in spiritu lenitatis».

Infatti i due primati, come lo possono, date le divisioni dottrinali della loro Chiesa e la loro scarsa autorità, cercano in primo luogo di controbattere la lettera pontificia sul terreno storico, affermando che essa lascia trapelare varie incertezze sulle occorrenze del secolo XVI; insinuano inoltre che il Papa si sarebbe basato su una copia imperfetta della bolla di Paolo IV, ma naturalmente non riescono però a produrre il famoso testo che sarebbe il giusto, né del documento basilare gravissimo ed inoppugnabile, che è il breve pontificio al Card. Polo, fanno il benché minimo accenno.

Quindi si inoltrano in un complicato labirinto di induzioni sopra le date delle facoltà accordate al Cardinal Legato, cercando di equivocare sul fatto che esse furono segnate qualche giorno prima della spedizione del breve da Roma. Ma sulla facoltà di «abilitare» e di «riabilitare» gli arcivescovi preferiscono cautamente di non interloquire, poiché i fatti citati nella lettera pontificia erano già da se stessi ben eloquenti. E del resto, a suffragare le asserzioni romane giunse in buon punto il Dr. Brown, vescovo anglicano di Stepeney, il quale, in una sua lettera al «Times» del 1° maggio 1896 accennava proprio ai 14 casi di riordinazione occorsi al Cardinal Polo e già citati.

Passano quindi i due primati ad accennare il caso Gordon, che secondo loro è il fondamento principale della decisione papale. Questo caso fu curiosissimo: nel 1704 il vescovo protestante di Glascow, Clemente Gordon, convertitosi al cattolicesimo, espresse il desiderio di conservare lo stato ecclesiastico. Egli era stato consacrato colla formula già corretta del 1662, e tuttavia la Sacra Congregazione, interrogata, ritenne dovesse «riordinarsi ex integro». La Congregazione aveva preso tale decisione dietro lunghe ricerche di formule consacratorie orientali; anzi, in quella occasione furono appunto tradotte, per la prima volta, quelle degli armeni, dei maroniti, dei siri, dei giacobiti, dei nestoriani, tanto cattolici che scismatici, cosicché la Congregazione dovette forzatamente concludere che nella formula anglicana mancava proprio la forma sufficiente al sacramento: per cui il vescovo Gordon dovette esser considerato nulla più che alla stregua di un laico qualunque. Ora gli arcivescovi anglicani, nella loro risposta, insinuarono che il Papa non si sarebbe ispirato a testi genuini e originali; senonché la pubblicazione fotografica dei documenti, numerosissimi, riflettenti il caso Gordon fu la migliore risposta alle gratuite asserzioni, le quali erano essenzialmente fondate su vecchie circostanze del secolo XVIII, d'indole polemica e già dimostrate false.

Gli arcivescovi passano poi ad accennare un po' superficialmente alla «favola tabernaria» citata da Leone XIII, appunto per confermare di non averla ritenuta degna di essere considerata elemento d'indagine, essendo già fin dal 1685 appiena screditata presso lo stesso informatissimo Santo Offizio. Del resto l'importante non è il luogo e nemmeno il come sia potuta avvenire la consacrazione di Parker, ma unicamente l'esame dell'intenzione e della mancata forma tradizionale.

Inoltre gli arcivescovi paiono dubitare che a trarre in errore il Papa possa essere stata la stessa esposizione di Gordon sul modo di ordinare della Chiesa anglicana; ma anche tale dubbio non appare fondato, perché il giudizio della commissione pontificia di quel tempo venne emesso in base allo studio di un esemplare dell'«Ordinale» edoardiano, comunicato, con lettera del 4 marzo 1685, dall'internunzio in Fiandra all'Em.mo Card. Casanata, e del quale si servì infatti la commissione pontificia per lo studio della situazione Gordon e per le debite comparazioni tra i testi dell'«Ordinale» e quelli delle varie liturgie orientali.

Contrastato così il campo storico con molte ragioni incerte, tutte tratte da supposizioni assai gratuite, i due arcivescovi si trovarono costretti a seguire il documento pontificio anche sul campo più strettamente teologico.

Davanti alla grave obiezione centrale del difetto di forma dell'«Ordinale» e dell'asserzione della sua indeterminatezza, i primati ricorrono ad una sottile distinzione, affermando di essere d'accordo col Papa che la forma deve essere «idonea», ma negano la necessità che essa sia «definita», equivocando così sulle espressioni, quasi che il Papa avesse inteso dire che la validità della forma nella ordinazione fosse legata ad una data parola piuttosto che ad un'altra, mentre dal testo pontificio chiarissimo risultava null'altro occorrere alla validità che un determinato accenno all'Ordine conferito, ossia alla qualità di potere dato.

Inoltre gli arcivescovi negano che nella Chiesa vi sia una tradizione divina e apostolica riguardante la forma e la materia dell'ordinazione e affermano il rito dell'ordinazione variare totalmente a seconda delle differenti liturgie; ciò che per nulla elimina le difficoltà addotte dalla lettera papale, poiché rimane pur sempre provato che i riti variano, ma in tutti si conserva una menzione esplicita del grado e dei poteri conferiti, e che in tutte le Chiese, anche separate, l'imposizione delle mani è sempre accompagnata dalle parole precisanti l'Ordine stesso.

(segue)

Le preghiere apologetiche dell’Ordo Missae.

ROMA, mercoledì, 25 novembre 2009 (ZENIT.org).- In questo articolo, scritto originariamente in spagnolo, si spiegano l’importanza e il significato delle preghiere «apologetiche» durante la celebrazione della Santa Messa. Si tratta di preghiere che il sacerdote recita a bassa voce, in «segreto» davanti a Dio, per partecipare più consapevolmente e degnamente ai misteri divini che celebra in favore di tutta la Chiesa. I fedeli accompagnano queste preghiere sacerdotali con riverente silenzio esterno e con raccoglimento interiore, che favoriscono una comprensione più piena di quanto si svolge sull’altare e quindi una partecipazione più attiva alla liturgia.

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Un silenzio che contempla e adora.

Le preghiere apologetiche dell’Ordo Missae


di Mauro Gagliardi

La sacra liturgia, che il Concilio Vaticano II qualifica come l’azione sacerdotale di Cristo, e quindi la fonte e il culmine della vita ecclesiale, non può mai ridursi ad una semplice realtà estetica, né può essere considerata come uno strumento a fini puramente pedagogici o ecumenici. La celebrazione dei santi misteri è soprattutto azione di lode rivolta alla maestà suprema di Dio uno e trino, azione voluta da Dio stesso. Con essa l’uomo, personalmente e comunitariamente, si presenta davanti al Signore per rendergli grazie, cosciente del fatto che il suo stesso essere non può raggiungere la propria pienezza se non lo loda e non compie la sua volontà, nella costante ricerca del Regno che è già presente e tuttavia verrà definitivamente nel giorno della parusia del Signore Gesù[1].

Alla luce di ciò, è chiaro che la direzione di ogni azione liturgica – che è la stessa per sacerdote e fedeli – è quella rivolta verso il Signore: al Padre attraverso di Cristo nello Spirito Santo. Perciò «sacerdote e popolo certamente non pregano uno verso l’altro, bensì verso l’unico Signore»[2]. Si tratta di vivere costantemente il «conversi ad Dominum», quel volgersi ora verso il Signore, che suppone la conversio, il dirigere la nostra anima verso Gesù Cristo e, in questo modo, verso il Dio vivente, ossia verso la luce vera[3].

In questo modo, la celebrazione liturgica è vissuta come atto di quella virtù di religione che, coerentemente alla sua natura, deve caratterizzarsi per il profondo senso del sacro. In essa, l’uomo e la comunità devono essere consapevoli di incontrarsi, in modo speciale, dinanzi a Colui che è il tre volte Santo e il Trascendente. Di qui che «un segno convincente dell’efficacia che la catechesi eucaristica ha presso i fedeli è senza dubbio la crescita in loro del senso del mistero di Dio presente in mezzo a noi»[4].

L’atteggiamento appropriato nella celebrazione liturgica non può essere altro se non quello pieno di riverenza e di stupore, che scaturisce dal sapersi in presenza della maestà di Dio. Non era forse questo ciò che Dio stesso voleva indicare, ordinando a Mosè di togliersi i sandali dinanzi al roveto ardente? Non nasceva forse da questa coscienza l’atteggiamento di Mosè ed Elia, che non osarono guardare Dio faccia a faccia?[5]

In questo quadro si intendono meglio le parole del II Canone della Messa, che definiscono perfettamente l’essenza del ministero sacerdotale: «Astare coram te et tibi ministrare». Sono dunque due i compiti che definiscono l’essenza del ministero sacerdotale: «Stare in presenza del Signore» e «servire alla sua presenza». Il Santo Padre Benedetto XVI, commentando simile ministero, notava che il termine servizio si adotta fondamentalmente per riferirsi al servizio liturgico. Ciò implica diversi aspetti e, tra gli altri, la vicinanza e la familiarità. Scriveva il Papa:

«Nessuno è così vicino al suo signore come il servo che ha accesso alla dimensione più privata della sua vita. In questo senso “servire” significa vicinanza, richiede familiarità. Questa familiarità comporta anche un pericolo: quello che il sacro da noi continuamente incontrato divenga per noi abitudine. Si spegne così il timore riverenziale. Condizionati da tutte le abitudini, non percepiamo più il fatto grande, nuovo, sorprendente, che Egli stesso sia presente, ci parli, si doni a noi. Contro questa assuefazione alla realtà straordinaria, contro l’indifferenza del cuore dobbiamo lottare senza tregua, riconoscendo sempre di nuovo la nostra insufficienza e la grazia che vi è nel fatto che Egli si consegni così nelle nostre mani»[6].

In effetti, prima di qualunque celebrazione liturgica, ma in modo speciale prima dell’Eucaristia – memoriale della morte e risurrezione del Signore, grazie al quale si fa realmente presente questo avventimento centrale della salvezza e si realizza l’opera della nostra redenzione – dobbiamo porci in adorazione dinanzi al Mistero: Mistero grande, Mistero di misericordia. Che cosa infatti avrebbe potuto fare di più Gesù per noi? Realmente, nell’Eucaristia egli ci mostra un amore che arriva «fino alla fine» (Gv 3, 1), un amore che non conosce limiti[7]. Rimaniamo attoniti e storditi dinanzi a una realtà così straordinaria: con quanta umile condiscendenza Dio ha voluto unirsi all’uomo! Se fra poche settimane staremo, commossi, davanti al presepe, contemplando l’incarnazione del Verbo, cosa non dobbiamo sentire davanti all’altare, sul quale Cristo fa presente nel tempo il suo Sacrificio, attraverso le povere mani del sacerdote? Non resta che inginocchiarsi e adorare in silenzio il grande Mistero della fede[8].

Conseguenza logica di quanto si è detto è che il popolo di Dio deve poter vedere, nei sacerdoti e anche negli altri ministri dell’altare, un comportamento pieno di riverenza e di dignità, che sia capace di aiutarli a penetrare le cose invisibili, anche senza tante parole o spiegazioni. Nel Messale Romano detto «di san Pio V», come pure in diverse liturgie orientali, si trovano preghiere molto belle, con le quali il sacerdote esprime il più profondo sentimento di umiltà e riverenza dinanzi ai santi misteri: esse rivelano la sostanza stessa di qualunque liturgia[9]. Alcune di queste orazioni presenti nel citato Messale – che nella sua edizione del 1962 è il Messale proprio della «forma straordinaria» del Rito Romano – sono state riprese nel Messale promulgato dopo il Concilio Vaticano II. Queste preghiere sono chiamate tradizionalmente «Apologie».

A queste orazioni si riferisce la Institutio Generalis Missalis Romani al n. 33. Dopo il riferimento alle orazioni che il sacerdote pronuncia come celebrante a nome di tutta la Chiesa, la IGMR afferma che «talvolta [egli prega] invece anche a titolo personale, per poter compiere il proprio ministero con maggior attenzione e pietà. Tali preghiere, che sono proposte prima della proclamazione del Vangelo, alla preparazione dei doni, prima e dopo la Comunione del sacerdote, si dicono sottovoce».

Queste brevi formule pregate in silenzio invitano il sacerdote a personalizzare il suo compito, a consegnarsi al Signore anche a titolo personale. Esse sono allo stesso tempo un modo eccellente di incamminarsi – come gli altri fedeli – all’incontro con il Signore in modo interamente personale, oltre che comunitario. E questo è un primo aspetto di essenziale importanza, perché solo nella misura in cui si comprendono e si interiorizzano la struttura liturgica e le parole della liturgia, si può entrare in consonanza interiore con esse. Quando ciò succede, il sacerdote celebrante non parla con Dio solo come persona individuale, bensì entra nel «noi» della Chiesa che prega.

Se la celebratio è preghiera, ossia colloquio con Dio – colloquio di Dio con noi e nostro con Dio – l’«io» proprio del celebrante si trasforma, entrando nel «noi» della Chiesa. Si arricchisce e si allarga l’«io» pregando con la Chiesa, con le sue parole, e si intavola realmente un colloquio con il Signore. In questo modo il celebrare è realmente celebrare «con» la Chiesa: il cuore si dilata – ovviamente non in senso fisico, ma nel senso che esso si mette «con» la Chiesa in colloquio con Dio. In questo processo di allargamento del cuore, le orazioni apologetiche ed il silenzio contemplativo e adorante che esse producono rappresentano un elemento importante e perciò fanno parte della struttura della celebrazione eucaristica da più di mille anni.

In secondo luogo, nel cammino verso il Signore ci accorgiamo della nostra indegnità. Perciò diventa necessario durante la celebrazione chiedere che Dio stesso ci trasformi ed accetti che partecipiamo in quella actio Dei che configura la liturgia. Di fatto, lo spirito di conversione continua è una delle condizioni personali che rendono possibile la actuosa participatio (partecipazione attiva) dei fedeli e dello stesso sacerdote celebrante. «Non ci si può aspettare una partecipazione attiva alla liturgia eucaristica, se ci si accosta ad essa superficialmente, senza prima interrogarsi sulla propria vita»[10].

Il raccoglimento ed il silenzio prima e durante la celebrazione si comprendono in questo contesto e facilitano il realizzarsi delle parole di Benedetto XVI: «Un cuore riconciliato con Dio abilita alla vera partecipazione»[11]. Ne consegue di nuovo che le orazioni apologetiche svolgono un ruolo importante nella celebrazione.

Ad esempio, le preghiere apologetiche «Munda cor meum», recitata prima della proclamazione del Vangelo, o «In spiritu humilitatis», che precede il lavabo dopo la presentazione delle oblate (pane e vino), permettono al sacerdote che le prega di prendere coscienza della realtà della sua indegnità e, allo stesso tempo, della grandezza della sua missione. «Il sacerdote è più che mai servo e deve impegnarsi continuamente ad essere segno che, come strumento docile nelle mani di Cristo, rimanda a Lui»[12]. Il silenzio e i gesti di pietà e raccoglimento del celebrante muovono i fedeli che partecipano alla celebrazione a rendersi conto della necessità di prepararsi, di convertirsi, data l’importanza del momento liturgico cui partecipano: prima della lettura del Vangelo, o nell’imminenza dell’inizio della Preghiera Eucaristica.

Da parte loro le apologie «Per huius aquae et vini» durante l’Offertorio, o «Quod ore sumpsimus, Domine» durante la purificazione dei vasi sacri, si inquadrano perfettamente all’interno del desiderio di essere introdotti e trasformati nella e a causa della actio divina. Dobbiamo costantemente ricordare alla nostra mente e al nostro cuore che la liturgia eucaristica è actio Dei che ci unisce a Gesù attraverso il suo Spirito[13]. Queste due apologie orientano la nostra esistenza verso l’incarnazione e la risurrezione e, in realtà, costituiscono un elemento che favorisce la realizzazione di quel desiderio della Chiesa, che i fedeli non assistano alle celebrazioni come muti spettatori, ma che vi prendano parte attivamente dando grazie a Dio e imparando ad offrire se stessi insieme a Cristo[14].

Non ci sembra eccessivo, allora, affermare che le apologie svolgono un ruolo di primo piano nel ricordare al ministro ordinato che «è il medesimo Sacerdote Cristo Gesù di cui realmente il ministro fa le veci. Costui se, in forza della consacrazione sacerdotale che ha ricevuto, è in verità assimilato al Sommo Sacerdote, gode della potestà di agire con la potenza dello stesso Cristo che rappresenta (virtute ac persona ipsius Christi)»[15].

Allo stesso tempo, esse ricordano al sacerdote che, essendo ministro ordinato, egli è «il legame sacramentale che collega l’azione liturgica a ciò che hanno detto e fatto gli apostoli e, tramite loro, a ciò che ha detto e operato Cristo, sorgente e fondamento dei sacramenti»[16]. Le orazioni dette in segreto dal sacerdote costituiscono pertanto un mezzo straordinario per unirsi gli uni agli altri, per formare una comunità che è «liturga» e che partecipa tutta rivolta versus Deum per Iesum Christum.

Una delle apologie, conservata nell’Ordo Missae post-conciliare, rende perfettamente ciò che andiamo dicendo: «Domine Iesu Christe, Fili Dei vivi, qui ex voluntate Patris cooperante Spiritu Sancto per mortem tuam mundum vivificasti». Di fatto, le orazioni che il sacerdote prega in segreto, e questa in particolare, possono aiutare in modo efficace sacerdote e fedeli a raggiungere la chiara consapevolezza che la liturgia è opera della Santissima Trinità. «La preghiera e l’offerta della Chiesa sono inseparabili dalla preghiera e dall’offerta di Cristo, suo Capo»[17].

Così le apologie si configurano da più di mille anni come semplici formule purificate dalla storia, piene di contenuto teologico, che permettono al sacerdote che le prega, e ai fedeli che partecipano al silenzio che le accompagna, di rendersi conto del mysterium fidei al quale partecipano e così unirsi a Cristo riconoscendolo come Dio, fratello e amico.

Per questi motivi, dobbiamo rallegrarci che, nonostante il fatto che la riforma liturgica post-conciliare abbia drasticamente ridotto il numero e notevolmente ritoccato il testo di queste orazioni, esse continuino ad essere presenti anche nel più recente Ordo Missae. L’invito ai sacerdoti è a non trascurare queste preghiere durante la celebrazione e anche a non trasformarle da preghiere del sacerdote a preghiere di tutta l’assemblea, leggendole ad alta voce al pari di tutte le altre orazioni. Le orazioni apologetiche si basano su ed esprimono una teologia diversa e complementare a quella che fa da sfondo alle altre orazioni. Questa teologia si manifesta nel modo silenzioso e riverente con il quale sono pregate dal sacerdote e accompagnate dagli altri fedeli.

[Traduzione dallo spagnolo di don Mauro Gagliardi]

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1) Giovanni Paolo II, Messaggio all’Assemblea plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 21.09.2001.

2) J. Ratzinger/Benedetto XVI, Prefazione al primo volume delle Gesammelte Schriften.

3) Cf. Benedetto XVI, Omelia nella Veglia pasquale, 22.03.2008.

4) Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, n. 65.

5) Cf. Giovanni Paolo II, Messaggio all’Assemblea plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 21.09.2001.

6) Benedetto XVI, Omelia nella Messa Crismale, 20.03.2008.

7) Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, n. 11.

8) Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo 2004.

9) Cf. Giovanni Paolo II, Messaggio all’Assemblea plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 21.09.2001.

10) Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 55.

11) Ibid.

12) Ibid., n. 23.

13) Cf. Ibid., n. 37.

14) Cf. Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, n. 48.

15) Pio XII, Mediator Dei, cit. in Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1548.

16) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1120.

17) Ibid., n. 1553.