sabato 4 luglio 2009

Grazie, monsignor Ranjith.

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"Nell’anno 2006 nella provincia di Macerata sono state riaperte diverse chiese che erano state fortemente danneggiate dal terremoto del 1997.

In quell’anno la Diocesi di Macerata la sede vescovile era vacante perché il Vescovo Mons. Luigi Conti era stato traslato nella vicina sede Metropolitana di Fermo dopo l’improvvisa morte dell’Arcivescovo Mons. Gennaro Benito Franceschetti.

Nella solo territorio di Tolentino dovevano essere riaperte tre chiese, fra cui una nella frazione di Regnano, una delle più lontane che, pur avendo subito lo spopolamento negli ultimi decenni, continua ad essere molto amata dalla gente perché è dedicata alla Madonna Immacolata, che dall’alto della ventilata collina protegge i suoi figli.

Per festeggiare la riapertura della Chiesa si era costituito un comitato parrocchiale presieduto dal Parroco don Attilio Feroci, attento storico locale.

Su consiglio dell’accolito Roberto Cantolacqua, ragazzo dallo stile liturgico “benedettiano” che cura instancabilmente la liturgia e il decoro della parrocchia, il Comitato, con il placet dell’Amministratore Diocesano, Mons. Pietro Spernanzoni, ha invitato SER Mons. Ranjith, da poco nominato Segretario della Congregazione per il Culto Divino, a riaprire della chiesa e consacrarne l’altare.

Ho avuto anch’io l’onore di andare all’udienza con Sua Eccellenza in una calda mattina di luglio.

Nel salire le scale che portano al primo piano dove si trova la Congregazione per il Culto Divino ho fatto un rapido conto di quanto tempo era passato dall’ultima volta che mi ero recato in quel dicastero.

Tante volte, con l’animo pieno di “timor reverentialis”, con l’entusiasmo della gioventù, ero stato a trovare un grande liturgista, che con squisita signorilità, mi ha sempre ricevuto intessendo con me interessantissime conversazioni soprattutto sulla musica sacra.

Il liturgista, di cui ho seguito con ammirazione l’ascesa nella Curia romana, era l’allora Mons.Virgilio Noè, ora Cardinale di Santa Romana Chiesa.

Mons. Noè volle anche ricevere gli studenti di una scuola superiore, dove insegnavo, parlando con loro, con molta affabilità, di musica e mostrando una conoscenza approfondita delle problematiche giovanili.

Poi Mons. Noè venne creato Cardinale e Arciprete della Papale Basilica di San Pietro e dovette lasciare la Congregazione per il Culto Divino.

Eravamo entrati nel lungo periodo in cui, in diversi, ci stavamo chiedendo se nella Chiesa c’era ancora un posto per noi, misteriosamente muniti dalla Provvidenza di una particolare sensibilità per “l’ermeneutica della continuità”.

Il “regno” di Mons. Piero Marini, evoca in noi tanti ricordi : il “pensionamento” del Maestro Mons. Domenico Bartolucci, senza alcun pubblico ringraziamento, il radicale cambiamento di tante cerimonie pontificie, fra cui l’apertura della Porta Santa con il famoso piviale tecno color e tanti altri “ammodernamenti” di quella che fu la liturgia romana…

Con l’avvento di Papa Benedetto XVI la speranza rinacque nei nostri cuori e potemmo risalire, con rinnovato entusiasmo, le sospirate scale della Congregazione per il Culto Divino questa volta per invitare Sua Eccellenza Mons. Ranjith a Tolentino.

Poco prima di entrare negli uffici un membro del comitato di Regnano si lasciò prendere da timore “ come pensate che un prelato così importante possa venire da noi, in campagna per riaprire la nostra chiesa” ?

Il 3 settembre 2006 fu festa grande a Tolentino per la riapertura della Chiesa Parrocchiale di Regnano per mano dell’Ecc.mo Segretario della Congregazione per il Culto Divino che ha celebrato la lunga Messa con una devozione che ha commosso tutti, dai molti concelebranti ai fedeli.

Ne ho fatto una rapida sintesi fotografica sul sito : missaleromanum.it

Non mi sono fatto mai troppe illusioni circa una lunga permanenza di Mons. Ranjith nella Curia romana : il suo linguaggio, intessuto sempre di grandissimo amore per la Chiesa e per il Papa, è stato parimenti limpido secondo l’insegnamento del Santo Vangelo "si,si,no,no”.

Come è accaduto troppe volte in questo Pontificato anche a Mons. Ranjith sono state tese delle abili trappole : false interviste e dichiarazioni attribuite alla sua persona, quando egli non ne sapeva nulla.

Io avrò sempre il ricordo della religiosità e del completo affidamento di Mons. Ranjith alle decisioni del Papa sempre stimate “sagge” e per la buona salute della Chiesa.

Quale esempio, da imitare, di dedizione filiale e di completa fiducia nel Santo Padre !

Conoscendo la grande fede degli amici cingalesi che lavorano nella mia Città sono sicuro che Sua Eccellenza si troverà bene nella Sua nuova destinazione anche perché avrà accanto tante persone devote.

Ho letto, altresì, allibito, certe dichiarazioni condite con una specie di “tifo da stadio” con cui taluni hanno festeggiato la dipartita dalla Curia di Sua Eccellenza.

Non sono un buon segno di ecclesiologia.

Ho visto, invece, durante la Messa per l’imposizione del Pallio, nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, tanti volti visibilmente commossi.

“Andiamo avanti”, come dice tante volte il nostro amatissimo Papa.

Affidiamo alla Vergine Santissima, Madre della Chiesa, il nuovo incarico pastorale di Sua Eccellenza che, ne sono sicuro, nella lontana Colombo continuerà a pregare anche per noi che siamo e saremo sempre “fedeli” alla linea liturgica “benedettiana”.

Andrea Carradori

venerdì 3 luglio 2009

Vespri Ambrosiani Antichi



Appuntamento da non perdere per gli amanti della musica: sabato 4 luglio alle ore 16 presso il Santuario di S. Gerolamo a Somasca-Vercurago (Lecco) saranno celebrati in latino i Vespri ambrosiani antichi, cantati secondo le melodie tradizionali, un tempo intonate dal popolo nelle parrocchie rurali.

ResMusica, che promuove l'evento nell'ambito di Art&Music Festival in Provincia di Lecco, sottolinea che è la prima volta che il canto ambrosiano "popolare" viene studiato e riproposto: si tratta di melodie tramandate solo oralmente, oggi conservate nella memoria di pochi anziani.

I Vespri saranno cantati dalla Corale "S. Cecilia" di Imberido, diretta da Pasquale Frigerio, grazie al quale è stato possibile ricostruire il repertorio musicale; all'organo Maria Teresa Muttoni.

Il canto gregoriano e ambrosiano e la polifonia erano un tempo cantate nelle chiese che potevano mantenere una cappella musicale adeguata. Ma che cosa si cantava nei piccoli centri, nei villaggi, nelle chiese rurali, nelle parrocchie di montagna?

Qui le melodie liturgiche subirono una sorta di processo di inculturazione, che le adattò al modo di cantare e alla sensibilità musicale “popolare” propria delle diverse aree. Ad esempio, nell’estremo nord dell’Italia questo “gregoriano popolarizzato” riflette i modi di canto tipici dell’arco alpino.

Si tratta di un repertorio immenso, interamente tramandato oralmente e con sensibili diversità da luogo al luogo; un repertorio che sta scomparendo, essendo uscito dall’uso dopo le riforme del Concilio Vaticano II.

Ora, mentre negli ultimi anni si è cominciato a documentare i luoghi di rito romano, totalmente ignota resta la realtà delle aree ambrosiane, che, dato il fattore anagrafico, devono essere indagate con la massima urgenza: è necessario salvare al più presto i canti registrandoli dagli ultimi anziani che ne conservano memoria.

Per la prima volta in area ambrosiana vengono presentati i risultati del lavoro che intende salvare e tramandare questo patrimonio culturale a imminente rischio di estinzione.

Il concerto è sostenuto dalla Fondazione della Provincia di Lecco e patrocinato dalla Provincia di Lecco e fa parte di una più ampia iniziativa che sarà sviluppata a Oggiono e in altri luoghi del territorio.

Fonte : Arte Music&Festival
(Un ringraziamento a D. per la segnalazione)

Bux e Vitiello: La necessaria opera di Pietro

cura di don Nicola Bux e don Salvatore Vitiello


Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Clemente Romano, raccontando della morte degli apostoli Pietro e Paolo, osserva che l’invidia di alcuni nella stessa comunità cristiana la facilitò.
Dopo duemila anni, il peccato è sempre presente negli uomini.

Ci sono coloro che gioiscono del Magistero pontificio, anche perché ha messo un freno all’interpretazione “discontinua” del Concilio Vaticano II, spiegando che i diffusi conflitti nei campi della dottrina, dell’educazione e della liturgia sono il risultato di un fraintendimento e che il Concilio è stato chiaro.

Il Papa è “Pietro”, il capo degli apostoli.

I suoi fratelli Vescovi pascolano legittimamente il gregge di Cristo solo in unione effettiva ed affettiva con la Cattedra di Pietro.

Altrimenti si ritorna all’esperienza del IV secolo, quando quasi tutti i Vescovi del mondo si piegarono al volere di un imperatore ariano.

Solo il Papa, e un manipolo di Vescovi fedeli a lui, preservarono la fede cattolica. Il Papa sta lì a ricordare che la Chiesa non è una struttura umana. Anche questo è il motivo per cui così tante culture e così tanti popoli diversi trovano in essa la loro identità.

Come più volte ricordato dal Servo di Dio Giovanni Paolo II, siamo nel mezzo di una “silenziosa apostasia”, che sta divenendo sempre meno silenziosa e sempre più palese. Nella storia della Chiesa non c’è mai stata una mancanza di fede così diffusa. L’avversario è sottile e conficca frecce nel profondo del cuore degli uomini così in profondità che sono quasi invisibili. Si pensi al profeta Daniele, il quale ammoniva che l’avversario avrebbe ottenuto il potere su tutte le nazioni in modo pacifico e con le lusinghe.

Il Cardinale J.H.Newman supponeva che l’apostasia del popolo di Dio, in varie epoche e luoghi, avesse sempre preceduto la venuta degli “anticristi”, tiranni come Antioco e Nerone, Giuliano l’Apostata, i leader atei della Rivoluzione francese, ciascuno un “tipo” o “presagio” dell’anticristo, che sarebbe venuto alla fine della storia, quando il mistero di iniquità avrebbe manifestato la sua insensatezza finale e terribile. L’incapacità dei credenti di vivere la propria fede, ammoniva Newman, come nelle epoche precedenti, avrebbe condotto “al regno dell’uomo del peccato, che avrebbe negato la divinità di Cristo e innalzato se stesso al suo posto” (M.D.O’Brien, Il Nemico, Cinisello Balsamo 2006, pp. 175-176).

C’è il tentativo di ridurre la Chiesa ad una agenzia mondiale umanitaria e l’utopia che l’unità delle nazioni possa essere realizzata dagli organismi internazionali e non da Cristo.

Ma il Signore, anche se dorme sulla barca in tempesta, nel momento finale si risveglierà e placherà i flutti. Poi tornerà da noi e ci chiederà perché abbiamo avuto così poca fede. Nel frattempo portiamo la croce.

Osserviamo il tradimento. Soffriamo.

Scrive ancora Newman: “Lo scopo del diavolo, quando semina la rivoluzione nella Chiesa è gettarla in confusione, perché la sua attenzione sia distratta e le sue energie disperse. In questo modo veniamo indeboliti proprio nel momento della storia in cui avremmo bisogno di essere più forti” .

“Perché il Santo Padre non agisce? Non può imporre a questi prelati l’obbedienza?”. “Lo ha fatto ripetutamente e nel modo più cristiano.

Ma non comanda una polizia, o un esercito. Di recente è stato più fermo con i dissidenti […] La soluzione però non è l’autoritarismo, perché quello getterebbe solo benzina sul fuoco della rivolta.
Il Santo Padre opera finché c’è luce. Richiama noi tutti a Colui che ha portato la croce e che è morto su di essa. Nelle sue mani porta solo questo, una croce; parla sempre del trionfo della Croce. Quelli che non vogliono ascoltare ne risponderanno a Dio” (Ivi,p 402-403).

© Copyright Agenzia Fides. Si ringrazia Papa Ratzinger Blog

"Un grande atto di giustizia": lettera aperta al Santo Padre.

Sul sito Maranathà è apparsa questa lettera rivolta al Papa. La riportiamo e la facciamo nostra perchè molti di noi non possono che sentirsi vicini ai sentimenti e al disagio espresso molto bene da queste parole dei fratelli Labruschini. Santità, se il Summorum Pontificum ha da crescere nella Chiesa, dovrà farlo ancora col Suo paterno aiuto.



A SUA SANTITA' BENEDETTO XVI
con filiale devozione


Beatissimo Padre,

Le scriviamo, umilmente, con il desiderio di farLe conoscere ciò che sta nel profondo del nostro cuore.

Ci sentiamo anzitutto di rivolgerLe un ringraziamento, per gli insegnamenti che Lei ha profuso nelle Udienze, nelle Omelie, nelle Lettere e nelle Encicliche che da anni, accompagnano la nostra crescita spirituale. Ciò ha assicurato a noi e crediamo bene a tutta la Chiesa, un grande giovamento, proprio in questi tempi di grande “crisi”.

Il Suo insegnamento, rappresenta veramente una liberazione dall'orrore spirituale dei tempi moderni, un rifugio certo e un ristoro sicuro per l'anima dopo essere stati addottrinati da tante false sapienze e interpretazioni personali elevate a falsi dogmi.

Grazie a Lei, sta cominciando a trovare soluzione un malessere spirituale che covava da anni nella Chiesa, e che noi abbiamo percepito con grande dolore. Un malessere dovuto ad una confusione tra il vero e il falso, tra il giusto e l'errore, sempre più difficili da distinguere, e sempre meno nettamente percepiti, anche dagli stessi pastori.

Purtroppo però, le vogliamo comunicare quello che ci sta veramente a cuore, quello che abbiamo sperimentiamo all’indomani del 7 di luglio del 2007 nella semplicità di una ordinarissima vita di parrocchia.

In particolare, desideriamo porre alla Sua conoscenza quello che per noi è stata la nostra vita, così come la vita di molti, a seguito del Motu Proprio Summorum Pontificum.

Grazie ad esso e alla sensibilità liturgica di Vostra Santità, [vicina al cuore di chi, come noi, non vede del “male” nell'espressione liturgica della fede che ha alimentato spiritualmente tanti Santi nei secoli di vita della Chiesa] abbiamo ottenuto, pur con tanti sacrifici, sofferenze ed umiliazioni dal nostro Vescovo, la Celebrazione della Santa Messa di sempre, in un Oratorio esterno alla nostra parrocchia.

La gioia nel riscoprire la Santa Messa, amata dai nostri genitori che credevamo eliminata per sempre, ha coperto la grande delusione nel costatare che questa Sacrosanta Liturgia non ha trovato alcun posto all’interno della nostra amatissima comunità parrocchiale.

Nell’ Art. 5. § 1 del Suo Motu Proprio Summorum Pontificum, Lei Santità, ha fatto un grande dono a tutta la Chiesa, ribadendo l’importanza e la centralità della parrocchia, della comunità parrocchiale unità dalla e per mezzo della Liturgia: quello che la giustizia da anni esigeva che fosse chiarito.

Ha detto con chiarezza che la Tradizione Liturgica di 20 secoli non è stata “scomunicata”, ma che è sempre stata, valida, lecita, legittima e santificante. Il Summorum Pontificum è stato davvero un grande atto di giustizia.

La straordinaria grandezza di questo documento, crediamo, risieda nel fatto che finalmente la Messa di sempre è ritornata nella vita parrocchiale di tutti i giorni e non più relegata solo nelle “mani” di privati ed associazioni, a cui va certamente il plauso di aver conservato questo tesoro.

La tradizione vera non è solo in parole e gesti codificati nell'antichità e tramandati nei secoli dalla Chiesa.

La tradizione è anche il legame del proprio sangue con il proprio suolo. Le radici che affondano nella propria comunità, in cui si sperimenta davvero il senso mistico della tradizione: non una legge o un rito, ma una comunità di spiriti, uniti e vivi, che nemmeno la morte ha avuto il potere di separare.

Nella parrocchia i nostri antenati, i nostri genitori e i nostri posteri, sono tutti uniti spiritualmente a noi, come un solo popolo vivo e radunato di fronte al Sacrificio di Cristo. Questo è il senso che noi facciamo nostro, di “chiesa locale”.

Che tristezza constatare che ci è imposta una tragica scelta: scegliere se mantenere le nostre radici, ma umiliare la nostra sensibilità liturgica, oppure se alimentare questa sensibilità, sradicando il nostro legame con la parrocchia, e obbligandoci a diventare dei fuggiaschi, degli esiliati, relegati in cappelle, senza un parroco, senza una vera e propria cura d'anime.

Spesso queste cappelle sono “centri di messa” che raccolgono persone da più parti, tutti in fuga dalle rispettive parrocchie, che però non hanno modo di santificarsi così, alla stessa maniera che attingendo alla fonte della tradizione nel luogo dove essa ha più senso a manifestarsi.

Questo escludere dalla vita comunitaria e parrocchiale è una vera ghettizzazione, ed è la vera causa di questa divisione non voluta, ma subita!

Quasi come se la tradizione fosse un morbo infettante, da tenere alla larga per evitare il contagio con qualche cattolico ancora indenne. Quanto vorremmo poter partecipare alla Santa Messa di sempre, detta dal nostro Parroco, nella nostra parrocchia, allo stesso modo in cui sentiamo la Santa Messa nella sua Sacrosanta Forma Ordinaria!

Eppure è relegata lontano, quasi come se fosse un sottoprodotto della liturgia cattolica, di dignità inferiore, e degna di essere frequentata solo da cattolici di dignità inferiore!

Senza parlare poi dei tanti problemi che sono iniziati per noi da quando abbiamo messo a disposizione dei sacerdoti di tutto il mondo il Messale Romano del Beato Papa Giovanni XXIII con tutte le spiegazioni e i commenti spirituali legati ad ogni gesto della Santa Messa. Abbiamo avuto molti problemi e sofferenze sia nella nostra comunità parrocchiale che nella Diocesi.

Non si contano le calunnie che quotidianamente ci tocca subire, i dileggi che prima non conoscevamo le ostilità, talvolta reazioni addirittura scomposte e di vera e propria maleducazione da parte dei Sacerdoti o perché assolutamente non disposti a celebrare la Santa Messa, a dir di loro – in fregio a Vostra Santità – in un modo oramai desueto e superato, o perché in Diocesi nessuno è disposto assolutamente ad insegnare loro quest’ars celebrandi.

Quasi come se il nostro amore per la Sacrosanta Liturgia di sempre, [che è stata sempre accostata in modo armonico e mai polemico con la Sacrosanta Liturgia Conciliare] e la nostra obbedienza alla sua legge che ci invita ad attingere ai tesori del culto tradizionali, invece che essere apprezzati dal clero, come manifestazione di spirito cristiano, rappresentassero qualcosa di ignobile, sporco, impuro.

Ci sentiamo, per la nostra fedeltà a Lei e a Cristo, come degli appestati, tenuti a debita distanza e maltrattati!

Ci sono momenti in cui i pastori ci fanno sentire al di fuori della comunità parrocchiale, e addirittura al di fuori della Chiesa, con le loro continue accuse, critiche, calunnie. Se non partecipassimo alla Messa di sempre, queste persone si guarderebbero bene dall'apostrofarci con tanta cattiveria.

Il risultato è che ORA, grazie a queste continue e sottili persecuzioni, ci sentiamo, nostro malgrado, NOI lontani dalla Chiesa. Sentiamo con vivo dolore che la nostra Madre Chiesa, è come se ci avesse cacciato, voltato le spalle, umiliato. Il vuoto che proviamo è terribile!

Ossia il dolore che proviamo nel constatare che molti Sacerdoti e molti Vescovi, interpretano la (nostra) Fede Cattolica, e la (nostra) Divina Liturgia, che di quella fede è espressione finale, non in “continuità” (così come Lei ha spiegato più di una volta con la sua bi-millenaria Tradizione), ma in aperta ed insanabile “rottura”, addirittura facendone di questo, un vessillo da mostrare spavaldamente al mondo.

È Terribile sperimentare tangibilmente, ogni giorno che nella stessa Chiesa è impossibile avere la libertà di aderire pienamente a tutto quanto il Magistero, senza subire mottetti e pernacchie!

Questo è semplicemente assurdo. Noi siamo semplicemente Cattolici, figli della Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana, ubbidienti al Vicario di Cristo e alle sue Leggi, fedeli al suo insegnamento e desiderosi di partecipare al medesimo Sacrificio di Cristo, che si realizza tanto nella Forma Ordinaria e moderna che Straordinaria e più antica dell'unica Messa Cattolica.

Ci sentiamo lasciati soli, in balia di gente che ci odia, poiché da quando il Motu Proprio è stato promulgato, la sua attuazione è stata costantemente è dovunque ostacolata, in certi casi anche arbitrariamente impedita, con minacce, prepotenze, calunnie, ritorsioni sia verso di noi laici, sia soprattutto verso quei sacerdoti desiderosi di proporre questa Messa al popolo di Dio.

Non è stato preso alcun provvedimento realmente efficace, affinché nella nostra Chiesa Cattolica sia permessa la pacifica convivenza delle due forme dello stesso Sacrificio, con reciproco arricchimento.

Piuttosto che ricevere questa marea di insulti e di umiliazioni da parte di cristiani e addirittura da parte degli stessi pastori che dovrebbero primeggiare nell'obbedienza a Lei, preferiremmo quasi tornare nelle catacombe, dove però i cristiani erano davvero fratelli, e i nemici al contrario avevano tratti facilmente identificabili. Quella Chiesa umiliata e nascosta, appariva assai più unita e fedele di quella di oggi, dilaniata al suo interno da correnti, fazioni, interpreti religiosi e non, eretici, indipendenti e malevolmente fantasiosi.

Dalle continue testimonianze che il sito registra da mesi, possiamo dire che siamo certi che quella che è la nostra esperienza vissuta, non è un caso isolato.

Abbiamo scelto di rendere pubblica questa nostra accorata lettera, che umilmente abbiamo scelto di rivolgerLe, per radunarvi spiritualmente anche le invocazioni e le sofferenze di molti altri cattolici che si trovano nelle nostre medesime condizioni, ed hanno subito le stesse vessazioni ed umiliazioni.

Desideriamo che Lei conosca la realtà. Allo stesso modo ci preme che anche i fedeli che non conoscono la Tradizione Liturgica della Chiesa, si rendano conto che allo stato attuale, esiste un problema di pacifica convivenza all'interno della cattolicità, e non certo per colpa di chi ama la Tradizione.

Le chiediamo di tutto cuore Santità, di prendere gli opportuni provvedimenti che solo Lei è in grado di attuare, perchè il Motu Proprio Summorum Pontificum venga applicato in ogni parrocchia.

Ci permetta Santità, e ci aiuti ad ottenere di potere attingere a questi frutti di santificazione nella nostra comunità parrocchiale, con naturalezza e semplicità, senza inutili discriminazioni. Permetta davvero ai fedeli di poter scegliere, senza andare incontro a ripercussioni, umiliazioni ed oneri anche gravosi.

Siamo certi che a questa richiesta si uniscono anche i tanti fratelli che in Italia e nel Mondo sperimentano lo stesso dolore, ma che non hanno a volte la voce per poter esprimere il loro disagio. GlieLo chiediamo in nome della STORIA e anche a nome delle future generazioni e in nome della vera unità della Chiesa.

LA SUPPLICHIAMO SANTO PADRE, NON CI LASCI SOLI! Noi pregheremo lo Spirito Santo con l'intercessione della Beata Vergine Maria Immacolata, perchè conservi sempre Vostra Santità nella salute e le dia forza e coraggio per guidare sempre in modo efficace la Chiesa, aiutandoci a celebrare la Liturgia Tradizionale nelle nostre Parrocchie.

Primo di luglio 2009, nella Festa del Preziosissimo Sangue di Cristo, con l'espressione della nostra alta stima e rispetto, rimaniamo di Sua Santità devotissimi in Cristo.

Paolo e Giovanni Gandolfo Lambruschini


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si unisce la Redazione di Rinascimento Sacro


Fonte Maranathà

giovedì 2 luglio 2009

Norcia: "utroque usu" dai Benedettini per promuovere l'unità della Chiesa.

Una lettera dell'Ecclesia Dei conferma nel bi-ritualismo l'apostolato liturgico di una giovane comunità monastica benedettina. Rinascimento Sacro, tempo fa, aveva già avuto modo di presentare con grande simpatia la Comunità monsatica di Norcia per la fresca impostazione benedettiana che presentava. Oggi il meritato riconoscimento del Santo Padre, perchè attraverso la loro testimonianza, sia incoraggiata l'unità liturgica chiesta dal Summorum Pontificum.




di A.R.


In occasione del secondo anniversario del Motu Proprio "Summorum Pontificum" (7 luglio), pare che la Commissione Ecclesia Dei, incaricata fin dall'inizio dell'applicazione del documento pontificio, abbia chiesto al Monastero benedettino di Norcia uno "speciale apostolato", cioè la celebrazione della santa Messa "in utroque usu", ossia secondo la forma straordinaria accanto alla forma ordinaria, "in collaborazione con la Santa Sede e in comunione con il vescovo diocesano" - aggiunge la nota della Commissione che richiede ai monaci questo servizio.

Lo comunicano ufficialmente i monaci della giovane comunità del paese nativo di San Benedetto, accompagnando la notizia con un'intervista esplicativa del loro abate Dom Cassian Folsom.

l'Abate tecnologico aggiunge che, per la metà di luglio, spera di avere la possibilità di fare ogni giorno una registrazione mp3 della messa conventuale cantata nel rito straordinario da condividere con il popolo del Web.

Questo "speciale apostolato" richiesto ai monaci, è il segno di una attiva promozione della convivenza e della diffusione del rito antico accanto al rito moderno, come ha sempre voluto Papa Benedetto, al fine di fecondare reciprocamente le modalità celebrative, ricollegando all'antica tradizione anche la forma ordinaria, che rischia sempre di prendere tangenti soggettive, e inoltre suggerendo la necessaria evoluzione organica del rito straordinario (che rischia il fissismo se viene lasciato in mano a frange fondamentaliste, quasi fosse una loro esclusiva).

Infatti, precisa l'apertura della lettera di mandato, questa celebrazione secondo i due usi dell'unico rito romano deve servire a far crescere l'unità della Chiesa. La Messa non può essere segno di divisione all'interno di una stessa Chiesa. Ecco perchè il Papa non può che desiderare la convivenza e il muto arricchimento delle diverse forme liturgiche della Chiesa una e santa.

La lettera è del 21 aprile, ma è stata resa nota al grande pubblico solo recentemente.
Qui il bollettino in inglese della comunità monastica interessata.

Nel giornalino della comunità, linkato sopra, c'è anche una interessantissima intervista con il giovane abate, liturgista, che discute e giustifica - documenti alla mano - questo nuovo apostolato richiesto dalla Santa Sede. Padre Zuldhorf già ne ha fatto oggetto di uno dei suoi famosi commenti.


Fonte Cantuale Antonianum

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INTERVIEW WITH THE PRIOR

Does this decision respect the Second Vatican Council Council?

It would be useful to read carefully the Council document on the Liturgy, Sacrosanctum Concilium. SC 22 says that:
“Regulation of the sacred liturgy depends solely on the authority of the Church, that is, on the Apostolic See and,as laws may determine, on the bishop.” Pope Benedict's Motu Proprio Summorum Pontificum simply reiterates that principle, and legislates for the use of the old rite alongside the new. Pope Benedict also emphasizes that the way
to interpret the Council documents is by the hermeneutic of continuity. That principle is also expressed in the document on the liturgy where it says: “…care must be taken that any new forms adopted should in some way grow organically from forms already existing” (SC 23). What we're really talking about here is legitimate
pluralism, which the Council advocates as well: “Even in the liturgy, the Church has no wish to impose a rigid uniformity in matters which do not involve the faith or the good of the whole community” (SC 37). So the celebration of the Mass in utroque usu by all means respects the Second Vatican Council. We are embracing both usages, and reaching out to other groups in search of unity. That's a very conciliar approach

But doesn't this mean “turning back the clock”?

On the contrary, I see a monastery “utriusque usus” as very forward looking, especially in terms of authentic ecumenism. By that I mean two things. First, the ethos of the extraordinary formis very similar to the ethos of the many oriental rites, and therefore celebrating the Eucharist according to both the Novus Ordo and the Ordo Antiquior allows us to serve as a bridge between East and West. Second, I think we need a good dose of “internal ecumenism” in the Church, so as to be able to dialogue with Catholics attached to the older liturgical forms without ideological prejudice.


How can you, as a liturgist, justify such a decision?

It is precisely as a liturgist that I have had the opportunity to study and experience the rich variety of liturgical traditions that exist within the Church. It is “politically correct” for Latin rite Catholics to be enthusiastic about the Byzantine rite. Why isn't it “politically correct” to be enthusiastic about the
extraordinary form as well? The history of the liturgy shows clearly a multiplicity of usages within the one Roman rite. It is thanks to many years of studying the liturgy that I came to see the importance of this unity in diversity. In fact, I argued this point in the presence of the then-Cardinal Ratzinger at a liturgical conference held at Fontgombault in France in 1997.
As a liturgist, I would also like to say that there is no perfect rite;there are positive and negative aspects in every liturgical tradition. The only perfect liturgy is the heavenly one. In addition, both the extraordinary and the ordinary form can be celebrated well or celebrated poorly. For a comparison to be fair,we have to place the best of both side by side.

How can the two usages influence each other?

The ordinary form stresses such elements as the participation of the faithful, the use of the vernacular, the ongoing development of the liturgy by the addition of new saints to the calendar, etc.: these are all very important.
At the risk of oversimplifying, I would say that the ordinary form stresses rational understanding, speaking in prose, as it were. The extraordinary form provides rich food for the intellect also, but relies heavily on gesture, symbolism, intuition, silence, ritual action without words, speaking in poetry, you might say. Man knows both rationally and intuitively. He needs both prose and poetry. If the two usages, like two different cultures, can patiently live with each other over time, they can become friends.

What pastoral benefits from this new apostolate?

The monastery of San Benedetto in Norcia is in a unique position. The pastoral life of the town is served very well by the diocesan clergy.The Basilica, on the other hand, is not a parish, but a shrine, whose pastoral attention is focused on pilgrims who came from all over the world. We are an international community serving an international public. The pilgrims come for a specifically Benedictine liturgy, which is characterized by what I would call a monastic or contemplative style. This is our unique contribution. The extraordinary form is very conducive to this contemplative, even mystical style, which is why the young people are so drawn to it.We celebrate the Mass in the ordinary formin the same style, which iswhy people come from far and wide to participate in our Sunday Mass.
To use an expression taken from the world of commerce, growth and development depend on finding a distinctive “niche”. This special apostolate of celebrating the Eucharist in utroque usu, makes the Norcia monastery distinctive, unique. I'm sure it will contribute to the growth of the community, in a time when young people aren't interested in a vocation that means living “just like everyone else”.

(L'intervista al Priore del Monastero di Norcia è estratta dal loro Giornalino disponibile anche qui ). Thanks to NLM and RN.

Il kitsch vaticano. E il vecchio Vescovo disse: "fiumi di miliardi per vestirsi da poveri".

In un testo datato 1973, caustico ed esuberante, a tratti quasi profetico, si dipingeva senza pudore l'amarezza di un epoca e di una mentalità che prendeva poco a poco possesso anche dei Sacri Palazzi romani. Una sorta di "kitsch vaticano" che adesso, passata la sbornia, somiglia più ad un adesivo scollato, sulla bottiglia vuota.


Il mattino dopo.


Il "modernismo" aziendale

È un gioco da bambini, oggi, individuare in Vaticano un suo profilo dominante, una sua "maniera", in altre parole un suo "kitsch".

Si dirà di più. Se i papi che verranno dovessero por mano a una "restaurazione" in seno alla Santa Sede e le cose in Vaticano dovessero tornare così come erano negli anni di Pio XII (è una pura e forse folle ipotesi), allo storico del costume che volesse tracciare una sintesi del Vaticano dell'ultimo mezzo secolo, questi nostri anni ruggenti di "progressismo" suonerebbero come un brano di musica dodecafonica inserito, senza soluzioni di continuità, in un pezzo di musica classica. È semplicemente inimmaginabile la trasformazione che dieci anni di "nuovi orientamenti" hanno impresso al volto del Vaticano, fin nelle sue pieghe più intime. Nelle cose e negli uomini.

Con metodo e puntigliosità, temerarietà e spregiudicatezza, si è portato a termine un "trapianto cardiaco" nel secolare organismo che respira, solenne, al di là del Portone di Bronzo.

Con fredda, abbagliante, scientifica decisione si è affondato il bisturi nel gran torace inviolato di una tradizione "temporale" che ebbe solo l'eguale, nella storia del mondo, in quella carolingia dell'impero.

Tante mani fameliche, in isterica gara, hanno frugato nelle cavità fino ad afferrare l'antico cuore e strapparlo, e calare al suo posto un perfetto ordigno di plastica, capolavoro di funzionalità e tecnologia, che ha cominciato a pompare con furore nelle arterie la nuova linfa del "progressismo".

Il grande organismo ha avuto un lungo sussulto e in quel supremo, vano tentativo di "rigetto" la sua parte più bella, più significativa si è staccata dalla vita e si è rovinosamente distrutta.

Il piccolo, ma così potente lembo di "regno temporale" ("quel tanto di territorio") del papa, sopravvissuto ai miserabili eventi della storia degli uomini, il cui stile e le cui regole erano stati per secoli esempio di inaccessibile immutabilità, cominciò a trasformarsi, ad assumere la fisionomia di un colossale organismo "aziendale" nel senso più laicamente burocratico della espressione.

Di pari passo si cambiò volto all'ambiente. Con un accanimento iconoclasta che non ha risparmiato i più piccoli dettagli, si cancellò l'impronta "sovrana" della Sede Apostolica. Via tutto quanto poteva soltanto lontanamente odorare di "trionfalismo", senza riguardo a valori d'arte e a significati storici, via qualsiasi ricordo "tangibile" di una potenza sovrana che, pur ridotta dagli eventi a quei quarantaquattro ettari di territorio, faceva piegare il ginocchio ai più potenti della terra.

L'antica corte pontificia (sempre per "élite" la prima corte del mondo) fu sciolta con la delicatezza e il riguardo con cui si licenziano i domestici infedeli, e con l'impegno e la dovizia di spese con cui nel Rinascimento si rese il Vaticano supremamente bello e prezioso si profusero favolosi capitali per renderlo irrimediabilmente brutto.

Per quale necessità? Perché si era venuti meno a quella consuetudine che ormai era divenuta "regola" tacitamente rispettata dai pontefici, di conservare e tramandare intatto, al successore, quanto era stato lasciato dal predecessore conservato ed intatto? Eppure, anche senza ricorrere a clamorose trasformazioni, ogni papa aveva avuto la sua precisa fisionomia, la sua spiccata personalità (anche e forse soprattutto nel campo artistico estetico: nei monumenti romani è facile distinguere fin nei dettagli uno "stile Barberini", uno "stile Albani", o Altieri, o Chigi, o Pamphili e via dicendo).

Ma, evidentemente, e in sconvolgente contraddizione con quanto oggi ci si sbraccia ad affermare, il Papa può tutto.

Una nuvola di arredatori e di architetti "modernisti" offuscò il sole del Vaticano, calando fracassona con operosità sulla più bella, preziosa e irripetibile dimora regale che mai si vide nel mondo.

Quando i supertecnici dell'habitat umano - come si dice oggi, e che saranno uno per uno additati alla storia - se ne andarono tutti soddisfatti di aver potuto "dare in testa" ai più grandi artisti e "addobbatori" del cinquecento europeo, loro cresciuti nel mito dei designers e con l'occhio "fatto" agli abominevoli scorci di certa architettura industriale lombarda, lo spettacolo che si offrì alla vista del visitatore fu terrificante.

Il "Palazzo Apostolico" era stato sfigurato, trasformato in una "funzionale" sede di rappresentanza qualsiasi, di un qualsiasi grosso organismo finanziario o industriale di tipo svizzero o americano.

Velluti beige e grigi alle pareti, moquette sui pavimenti, pezzi di "arte" moderna ovunque in conturbante contrasto con qualche preziosa opera d'arte sopravvissuta alla "purga"; illuminazione al neon. Nemmeno a San Pietro sono stati risparmiati i brutti altarini imposti dalla nuova liturgia insieme con gli arredi, lisci, di metallo stampato. E su questo sfondo quasi angoscioso si muove la nuova "corte" in auge, che ha in odio l'uniforme, la dignità esteriore, qualsiasi parvenza di solennità. Cosicché nessuna uniforme attornia più, in atto di solenne protezione, il Santo Padre (e più d'una volta i sassi sono rimbalzati impuniti intorno alla sua persona). Perfino la Guardia Svizzera è stata sfrattata dalla Sala Clementina. I visitatori del Papa arrivano al suo appartamento in ascensore, accompagnati da impiegati che il più delle volte si esprimono soltanto in stretto dialetto romano o settentrionale. Ma si farà caso che si tratta in parte di giovanottoni zazzeruti, dallo sguardo sfuggente, dai modi curiosamente e significativamente poco franchi e virili.

E il visitatore avrà l'impressione, per la verità poco edificante, di essere in procinto di far visita a un ragguardevole presidente o amministratore delegato di un'azienda qualsiasi. Il "kitsch" degli Anni 70 in Vaticano è tutto in queste impressioni insieme. Prelati in clergyman o addirittura in borghese, "habitué" di night e ristoranti alla moda, vi rammentano che i tradizionali atteggiamenti "preteschi" appartengono al passato o son rimasti commovente sopravvivenza in qualche vecchio monsignore. Oggi, i preti che circolano nell'"entourage" hanno automobili costose e si incontrano ovunque a Roma e nelle ore più impensate.

Vi capiterà a esempio di notare, un pomeriggio d'inverno, fermo all'angolo dell'Excelsior in via Veneto, un grosso signore intabarrato in un cappotto scuro con sciarpa e cappello che sta squadrando con attentissima insistenza il capannello di marines seduti a bere al Doney. Quando gli passerete davanti, vi accorgerete con una certa emozione che quel distinto "commendatore" altri non è che un vostro conoscente monsignore che ha il suo ufficio laggiù oltre il Tevere... Nella vostra ingenuità, quando gli passerete davanti, gli farete tanto di cappello, e allora vi accorgerete che lui fingerà di non conoscervi e con un moto di stizza si allontanerà, le mani affondate nelle tasche e il cappello calato sugli occhi.

Salta agli occhi, inoltre, un certo gusto ossessivo per il "laico malmesso". Capelloni e capelloncini si sprecano negli organici del Vaticano e sono messi in mostra a ogni cantone, nei musei, negli uffici, mentre il "permissivismo" trionfa in piazza San Pietro dove, specie d'estate, bivaccano folle di sbandati, di hippy seminudi sdraiati senza alcun ritegno fin sull'ultimo gradino della scalinata della basilica. Il sagrato di San Pietro in alcune ore del giorno è un mare immondo di mozziconi di sigarette, carta straccia, sputi salivosi, lattine di Coca Cola, stracci buttati dappertutto.

E quando si attraversa quella folla che par si compiaccia di profanare quelle pietre col suo sozzume e la sua scompostezza, per entrare nella basilica, ci si dovrà tappare il naso tanto è il tanfo di umanità sporca e sudata.

Per salvare la faccia si è dovuti arrivare all'assurdo di far indossare agli sporcaccioni discinti che entrano in basilica un lungo saio di plastica nera, per nascondere le brutte nudità ostentate e imposte in giro con sfrontata presunzione.

E quei ceffi, chiusi nei sacchi di plastica che ricordano quelli dell'immondizia o, peggio, quelli usati dalla Morgue per "incartarci" i mortiammazzati, si aggirano in San Pietro, con la plastica che fruscia rumorosamente ad ogni passo; poi, all'uscita, riconsegnano il "saio" - inzuppato, ovvio, di sudore - che i custodi, all'ingresso, faranno indossare al prossimo Robinson Crusoe in arrivo.

Per concludere non si tralascia occasione per mostrare con malcelata soddisfazione il mutato volto della Santa Sede, sottolineandone l'estrema "essenzialità", quasi dimessa, del suo nuovo aspetto esteriore. Ma "l'abito non fa il monaco", ammonisce l'antico proverbio...

Eppure, quanto è costata quell'"impronta personalissima" che si è voluta a ogni costo imprimere al Vaticano! Un vecchio vescovo straniero che si trovò a visitare il palazzo apostolico dopo la "trasformazione" esclamò, sbigottito e turbato fino alle lacrime: "Cosa hanno fatto... quanti irreparabili sfaceli... Hanno speso fiumi di miliardi per vestirsi da poveri!".


Tratto da Zappegno-Bellegrandi, "Guida ai misteri e piaceri del Vaticano", Milano, Sugar, 1973. Photo (CC) 2005 Adam Baker, some rights reserved. Si ringrazia DDS.

mercoledì 1 luglio 2009

Preziosissimo Sangue di NSGC all'Università Cattolica

In attesa di scatti ben più appaganti (era presente J.P.Sonnen di Orbis Catholicus) tre frammenti dedicati ai tre ministri che Mercoledì 1 Luglio hanno celebrato in Cattolica la liturgia romana nella forma straordinaria.



Martin Mosebach contro i nuovi iconoclasti.

"Il postconcilio ha frantumato la tradizione per distruggere fede e pensiero d’Occidente. Però ha fallito miseramente. Torna la Messa in latino, torna il rito, torna l’intelligenza di un grande talento posta al servizio della verità. Il noto scrittore tedesco, di cui nessun riesce a parlar male, si scaglia con gusto contro i guasti del modernismo". (Il Domenicale)


La demolizione del Sacro.


Il “reazionario gentile” che sta fra Cervantes e Jacob Burckhardt



di Leonardo Allodi

Chi è Martin Mosebach? Uno scrittore e saggista tedesco, di solida formazione giuridica, 58enne il 31 luglio, che vive e lavora tra Francoforte, Capri e la Turchia ma anche Roma, città che ama particolarmente e in cui trascorre lunghi soggiorni in una casa per artisti sulla Via Appia. Proprio all’estero sono del resto nate molte sue opere, soprattutto romanzi (ma anche sceneggiature per il cinema, opere di teatro, radio-commedie, libretti operistici, reportage, racconti), e ciò non per caso.

Nella Laudatio per il conferimento a Mosebach del più importante premio letterario tedesco, il Büchner-Preis (assegnatogli dalla Deutsche Akademie für Sprache il 25 ottobre 2007), lo scrittore iraniano Navid Kermani ha osservato che questa Abstand, una distanza che assume quasi la forma dell’esilio, è per Mosebach una condizione essenziale per “andare alle cose stesse” e ritrovare la verità del nostro tempo. Un distanziamento, cioè, che consente allo scrittore di guardare il mondo con prospettiva più ampia e descrivere quella “commedia umana” in cui sublime e meschino, re e buffone, l’amante e l’odiatore si mescolano. “Credere al romanzo” significa per Mosebach concepirlo come strumento che spalanca orizzonti: analogamente al romanzo francese o russo, che hanno coltivato la non vana pretesa di trovare una immagine della realtà «di una società, di un’epoca, di una situazione così come essa si è condensata in una città, in un quartiere, in un certo ambiente o in un certo anno». Un realismo “metafisico”, il suo, che rompe con la tradizione intimistico-protestante per cui il mondo è solo proiezione soggettiva e dove quindi lo stesso romanzo va dissolvendosi.

Ai romanzi di Mosebach non è dunque estranea nemmeno una certa poetica del grottesco, del sarcasmo, dell’umorismo e dell’ironia leggera, ma non – osserva appunto Kermani – quella dell’autoironia.

Occorre andare alle origini del romanzo moderno, risalire a Miguel de Cervantes Saavedra e al suo El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha (1605), per comprendere l’etica in cui sono annodate le pagine mosebachiane. Dice infatti bene Kermani: «Così come Cervantes con il suo Don Chisciotte, Mosebach nei suoi romanzi inserisce un lucido e antico progetto di vita e di scrittura, composto di forme, valori e rituali ben strutturati, e questo mentre egli sembra del tutto proiettato all’esterno. Ogni sua frase ha una forma assolutamente ordinata, la grammatica è sempre corretta, il ritmo ha una andatura armonica, il racconto è rigorosamente cronologico [...]». Rispetto all’oggi, gl’ideali che percorrono i suoi romanzi – tipo niente sesso prima del matrimonio – appaiono antichi almeno quanto antico appariva l’ideale cavalleresco ai tempi di Cervantes. Ma ad affascinare è anche «la melodia del ritmo, l’eleganza della sintassi che ricorda la forma di una costruzione architettonica, il dileggio sottile, l’attesa gioiosa di una metafora», segni di ordine e di capacità di confronto con la realtà. Mosebach afferma che la letteratura deve essere inesorabile nel guardare l’uomo e questo proprio per amore dell’uomo, in una prospettiva che dunque è, assieme, di ottimismo metafisico e di pessimismo antropologico.

Al 1983 risale il suo romanzo d’esordio, Das Bett, a cui sono seguiti Rupertshain (1985), Westend (1992), la raccolta di testi poetici Das Grab der Pulcinellen (1996), quindi Die Türkin (1999), Der Nebelfürst, (2001) e Das Beben (2005). In Eine Lange Nacht, del 2000, si snoda una vera e propria autobiografia, che spicca per suggestione, delicatezza, sincerità; non a caso nel volume Eresia dell’informe. La liturgia romana e il suo nemico (trad. it. a mia cura, Cantagalli, Siena 2009, pp. 252, E17, 90, da cui è proposto l’estratto che compare qui accanto) riproduce un passo tratto proprio da questo romanzo. Il romanzo più recente, Der Mond und das Mädchen, è dunque del 2007.

Come ha osservato il giornalista Jens Jessen, il conferimento di un riconoscimento quale il Büchner-Preis a Mosebach non è cosa ovvia, e certo non per il merito letterario della sua opera. Sono piuttosto il profilo culturale e le tesi, a tratti provocatorie, di Mosebach a fare problema.

Per la sua “nostalgia sarcastica” e la simpatia con la quale guarda ai “perdenti della storia”, Jessen lo ha infatti definito «Der sanfte Reaktionär», “il reazionario gentile”, laddove per altri lo scrittore rappresenta un «genialer Formspieler und Zeitkritiker», un geniale giocatore di forme e un critico dei propri tempi. Del resto, secondo il sociologo della cultura Thomas Wagner, l’opera saggistica di Mosebach non perde l’occasione per screditare le idee democratiche facendosi in questo sostanzialmente simile al “fascismo tedesco”, dal momento che, proprio in Eresia dell’informe, «la sua principale obiezione al nazismo è quella di essere stato “un movimento modernistico”».

Ovviamente Wagner ignora volutamente il dibattito da tempo in corso sulle cosiddette “religioni politiche” e sulla loro eterogenesi dei fini, in particolare quello sul rapporto fra illuminismo e totalitarismo. Il dibattito risale almeno a una pensatrice al di sopra di ogni sospetto, Hannah Arendt, ma pure alla Scuola di Francoforte, e le sue tesi centrali sono state recentemente riproposte anche da un pensatore noto alla cultura filosofica e sociologica tedesca, Hermann Lübbe, autore di La politica dopo l’Illuminismo (trad. it. a cura mia e d’Ivo Germano, Rubbettino, Soveria Mannelli [Catanzaro] 2007).

Ora, nel suo Denkrede, il ringraziamento seguito alla suddetta Laudatio, Mosebach ha effettivamente rincarato la dose: e lo ha fatto sottolineando le affinità tra un discorso segreto tenuto ai capi delle SS da Heinrich Himmler nel 1943 e un’orazione pronunciata nel 1793 dall’“arcangelo del Terrore”Louis Antonie de Saint-Just, cioè scatenando le ire di quei benpensanti che si beano del mito della della Rivoluzione Francese. Tant’è che lo storico Heinrich A. Winkler ha parlato di «abbandono dei pilastri della democrazia e dell’illuminismo» e altri corifei d’«inaccettabile punto di vista reazionario».

Insomma, la reale portata della critica culturale che Mosebach sviluppa nei confronti di quanto Charles Taylor (altro pensatore al di sopra di ogni sospetto) definisce «catena di oblii dell’essere», caratteristica dello svolgimento storico-filosofico della Modernità, viene invece colta dal giornalista Jessen. Il quale ha più opportunamente accostato il nome di Mosebach a quello del Jacob Burckhardt critico della civiltà.

Certo, per Mosebach la Modernità ha predicato l’umanità e ha organizzato l’orrore: ma, proprio come egli osserva in Eresia dell’informe, la strada vincente non è il riportare indietro, cronolatricamente, le lancette dell'orologio. Solo lo svolgimento organico del sensus communis (cioè proprio quello che è mancato alle riforme liturgiche post-conciliari) può infatti portare all’agognata, autentica renovatio.


***

Quel che di lui non ha capito il "CorSera"


di Gianfranco Morra

John Henry Newman definisce la liturgia con formula luminosa: «lex orandi, lex credendi». Fede e preghiera sono una carne sola: assieme stanno, assieme cadono. E assieme sono cadute, in uno dei periodi più bui della storia della Chiesa Cattolica, quello postconciliare, quando la crisi della fede ha condotto alle più squallide contaminazioni tra Vangelo e ideologie. Il nemico contro cui questi “montoni”, come li chiamava Jacques Maritain, davano di cozzo, era la forma, massima scoperta del pensiero europeo. Quella che all’inizio del Genesi tras-forma il caos in ordine, l’idea che in Platone consente alla materia di divenire pensabile e che in Aristotele produce la compiutezza del sinolo.

In molti aspetti, il postconcilio fu distruzione di questa tradizione, cioè della forma. La deellenizzazione (contro la filosofia, riconduzione del molteplice alla forma), la deromanizzazione (contro la gerarchia, “sacro ordine”, scrive Dionigi Areopagita, che assume forma simbolica nella liturgia), il pasticcio liturgico, furono tutto meno che una ri-forma. Dato che proprio la forma della liturgia, che ne è la sostanza più forte, venne distrutta.

In Eresia dell’informe. La liturgia romana e il suo nemico, Martin Mosebach dimostra che il nemico dei nuovi liturgisti è appunto la forma. Ed egli la rivendica, avvalendosi di grandi scrittori, Goethe e Rilke, Eliot e Claudel, Péguy e Chesterton, Florenskij e Gómez Dávila, perché la letteratura è, soprattutto, forma, richiamando alla mente i pochi scrittori anticonformisti italiani, che, nel pieno predominio degli antiliturgisti, osarono prendere le difesa della tradizione: Romano Amerio, Tito Casini, Elémire Zolla, Cristina Campo, Rodolfo Quadrelli.

Non solo la lingua latina, ma anche tutti quei riti e arredi liturgici, che avevano un profondo significato simbolico (descritti da Romano Guardini in opere indimenticabili quali Lo spirito della liturgia e I santi segni). Ciò a cui questi apostoli dell’informe hanno voltato le spalle è il valore artistico della liturgia, che è un “teatro sacro”. Ciò che più essi odiavano era l’immagine, dimentichi che l’arte cristiana altro non è (secondo l’Ortodossia) se non una “teologia dell’icona”. Ecco allora i riti trasformati in mix di assemblea politica, consiglio di amministrazione, gara sportiva e spettacolo tivù. Ecco il sacerdote democraticamente rivolto non più al Crocifisso, ma al popolo, gli abiti sciatti, le Nike che escono da camiciotti trasandati, gli strumenti musicali demoniaci, la babele linguistica, le traduzioni scarse e umoristiche, la predica spesso simile a un comizio buonista, la chiesa trasformata in sala di aspetto ferroviaria o palestra, il decentramento dell’ostia e la sua distribuzione come fosse un cono gelato.

Ecco le messe (mi scuso, le assemblee) inventate ad libitum, a seconda dei casi, per gratificare le diverse categorie di fedeli, come la missa pro homophilis inventata nei Paesi tedeschi. Ancora esiste per l’Oriente la liturgia di san Giovanni Crisostomo, ma non più quella di san Gregorio Magno per l’Occidente. La nuova riforma della liturgia occidentale non è stata fatta da santi, ma da galoppini e burocrati.

Difendono la nuova liturgia solo quelli che della forma non sanno che farsene. Come ha fatto sul Corriere della Sera Alberto Melloni, ultima propaggine della linea Dossetti-Alberigo, con un articoletto esemplare per insipienza e banalità. Scrive Melloni che la riforma avrebbe avvicinato il popolo ai sacri riti. È la trita argomentazione secondo cui l’aggiornamento della Chiesa ne avrebbe accresciuta la presenza nel mondo: ma il risultato, oggi a tutti evidente, è stato la crisi delle vocazioni, della morale, della liturgia.

Che fare, allora? Mosebach sa che anche gli antichi riti andavano incontro a pericoli ed è troppo acuto per riproporre un ritorno letterale all’antico. Occorre, invece, distinguere il molto che è essenziale, e che mai cambierà, da alcuni aggiustamenti richiesti dalla mutata situazione. Si pensi alla polemica sull’uso del latino, lingua non solo ufficiale, ma perenne della Chiesa. L’italiano è consentito, non obbligato. Papa Benedetto XVI lo ha detto nel motu proprio Summorum Pontificum: la messa si può dire “anche” in italiano, purché la lingua non banalizzi e distrugga le verità delle fede, di cui la liturgia è l’ergon. Purtroppo non pochi vescovi, cresciuti in seminari degradati e modernisti, provvidenzialmente vuoti, di cui spesso erano i direttori, gli hanno messo i bastoni fra le ruote, negando la messa latina ai fedeli che oggi la chiedono. Schiavi anch’essi dell’“eresia antiliturgica” propagandata dai nuovi iconoclasti.


Fonte Il Domenicale. Photo "La demolizione del Sacro. Rifrazioni in ambiente dissacrato"(CC) 2009 Mbeo, some rights reserved (attribuzione - non commerciale - condividi allo stesso modo)

martedì 30 giugno 2009

Germania: Schneider ordina 5 preti della FSSP.

Da Karaganda a Wigratzbad, Athanasius Schneider, il Vescovo di "Dominus est", porta ovunque la Sua benedizione di buon Pastore. Per il bene delle anime e della Santa Chiesa.

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Sabato 27 Giugno 2009, quattro francesi e un inglese, appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pietro, hanno ricevuto l'ordine del sacerdozio in una cerimonia nella forma straodinaria del rito romano. Le ordinazioni sono avvenute nella chiesa del santuario di Wigratzbad, in Baviera (Germania) e il vescovo consacrante era S.Ecc. Rev.ma Mons. Athanasius Schneider, O.R.C., vescovo ausiliare di Karaganda in Kazakhstan. Il Prelato recentemente è diventato noto al mondo cattolico per il suo libro "Dominus est" con il quale promuove una nuova riflessione sulla prassi eucaristica. (AG)

Photo (C) 2009 Schola Saint Cecile.

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