giovedì 24 luglio 2008

Caso Novara: l'alba di una soluzione.

All'orizzonte si intravede una conclusione per due dei tre sacerdoti novaresi coinvolti nella vicenda.


NASA - Apollo 12


Sarà il cinquattottenne don Enrico Manzini, parroco di Casale Corte Cerro, il nuovo parroco di Crevoladossola. L’annuncio ai fedeli sarà dato domenica, nel corso della Santa Messa, da don Luciano Mantovani, parroco di Montecresese che ha amministrato la parrocchia negli ultimi mesi, dopo le dimissioni di don Stefano Coggiola, il prete fedele al rito tridentino.

Quest’ultimo ha stipulato, martedì scorso, alla diocesi a Novara, una convenzione con il nuovo parroco con il quale è stato deciso che le messe con il rito antico si possano svolgere nei giorni festivi nella chiesa di Caddo, ed anche in tutti i giorni feriali, previo accordo tra i due. I sacramenti con il rito antico saranno celebrati da don Enrico con la collaborazione, e la partecipazione, di don Stefano Coggiola. Per agevolare don Stefano e i suoi fedeli gli verranno anche consegnate le chiavi della sacrestia e della chiesa di Caddo. Don Stefano Coggiola in questi giorni è a Vocogno, in Valle Vigezzo, insieme all’altro prete ossolano fedele al rito antico, don Alberto Secci. Dai due sacerdoti, ancora nessuna conferma ufficiale, anche se don Stefano comunica che la messa domenicale in latino a Caddo sarà celebrata alle 10,30, ed in settimana il martedì, giovedì e sabato alle 9,30.

Sembra così avviarsi a conclusione una vicenda iniziata circa un anno fa, una querelle che aveva diviso i fedeli di due parrocchie, Crevoladossola e Santa Maria Maggiore, e che non pochi grattacapi aveva dato al vescovo di Novara, monsignor Renato Corti, che applicando quando previsto dal Motu Proprio emesso da papa Benedetto XVI, permetterà ai due preti fedeli al rito tridentino di avere una propria chiesa dove celebrare per i fedeli che desiderano seguire la messa in latino.


Fonte CVAzzurra - Photo NASA Sunrise of 20th June 1996

mercoledì 23 luglio 2008

Campocavallo: avvicendamento tra i Francescani dell'Immacolata.

Domenica prossima padre Leone de' Nobili saluta il Santuario di Campocavallo dove ha operato con affetto e devozione.

pocavallo


Domenica 27 Luglio 2008, ore 17.15

Santuario della Madonna Addolorata
Campocavallo di Osimo
(Ancona)

S.MESSA NELLA FORMA STRAORDINARIA DEL RITO ROMANO


I gruppi ecclesiastici, parrocchiali e forestieri, che dal mese di Gennaio si ritrovano nel Santuario di Campocavallo, hanno beneficiato delle celebrazioni della Santa Messa, nel Rito Romano antico avvalendosi pure dell’assistenza spirituale dei Padri Francescani dell’Immacolata.

Per questo ringraziano di cuore il Parroco-Rettore padre Giuseppe, per la generosissima ospitalità e padre Leone Maria a cui sono state affidate le celebrazioni nell’antico rito della Chiesa, compito che ha svolto con scrupolosa puntualità e dedizione.

Le Sante Messe continueranno senza alcuna variazione tutte le Domeniche alle ore 17.15 con il Padre che i Superiori dell’Ordine dei Frati Francescani dell’Immacolata hanno inviato a Osimo in sostituzione di padre Leone Maria de’ Nobili trasferito in un altro Convento. La Santa Messa di Domenica prossima, alla presenza dei gruppi parrocchiali e forestieri, sarà, per questo motivo, l’ultima di Padre Leone a Campocavallo.

Noi ringraziamo la Divina Provvidenza per aver inviato in terra marchigiana i Frati Francescani dell’Immacolata: attentissimi alla spiritualità ed alla Liturgia tanto amata dal Santo Padre Benedetto XVI, sia prima che dopo l’elezione a Sommo Pontefice. Con l’aiuto di Dio ci impegniamo a voler progredire spiritualmente affinchè la nostra esistenza possa tramutarsi in una lode perenne a Colui da cui venne la nostra salvezza.

La nostra preghiera sarà rivolta anche per le nostre antiche Diocesi marchigiane affinchè, in virtù delle feconde grazie di quella Liturgia, che fu di tutti i Santi della Chiesa Trionfante, non manchino mai sante vocazioni alla vita Sacerdotale e Religiosa. (Andrea Carradori - Missale Romanum)

martedì 22 luglio 2008

Imperia: tre monaci rifondano Le Barroux.

Grazie alla generosità del Vescovo di Albenga-Imperia, la nuova fondazione benedettina potrà custodire nella diocesi ligure l'autentico carisma liturgico dell'abate Calvet.

le barroux

Il 2 Luglio 2008, festa della Visitazione, nel piccolo paese di Villatalla di Prelà, entroterra di Imperia, tre monaci provenienti dal monastero benedettino di S.Madeleine du Barroux, in Francia, hanno cantato un Magnificat speciale. Per loro, infatti, questo è stato l'insediamento ufficiale nella nuova Casa benedettina, ricavata con tanta pazienza nell'ex canonica del paese, e prontamente dedicata a Santa Caterina da Siena. Questi monaci, tra cui padre Jehan OSB, il confratello che nel 1970 si unì per primo a dom Gerard Calvet nella fondazione della neonata Abbazia provenzale, hanno deciso di rifondare nuovamente il carisma liturgico del Monastero di Le Barroux, applicando la stretta osservanza della regola di San Benedetto e celebrando unicamente nella forma straordinaria della liturgia romana. La loro venuta nella diocesi di Albenga-Imperia è stata accolta con gioia dal vescovo mons. Mario Oliveri, e certamente la loro presenza non mancherà di attirare l'interesse spirituale di molti fedeli.



Presso la Casa Benedettina Santa Caterina da Siena, vicino alla Chiesa Parrocchiale di San Michele di Villatalla, ogni giorno la comunità monastica celebra la santa Liturgia nella forma straordinaria:

Giorni feriali:
ore 9.15 Canto di Terza
ore 9.30 S.Messa
ore 18.00 Canto dei Vespri


Domenica e festivi:
ore 10.00 S.Messa
ore 18.00 Canto dei Vespri


lunedì 21 luglio 2008

S.Martino: il bellissimo frutto del Cardinal Siri.

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Lo zelantissimo Cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova dal 1946 al 1987, curava con grande abnegazione il Seminario diocesano e vigilava attentamente sulla purezza della Dottrina Cattolica ivi insegnata. A Genova non solo non vi fu una flessione del numero delle vocazioni, ma addirittura vennero attratti numerosi seminaristi dalle diocesi francesi, i quali nel 1976 si riunirono sotto la guida dell'abbé Jean-François Guérin nella “Communauté Saint Martin”. Nel 2000 è stata eretta dalla Santa Sede ad “Associazione clericale di Diritto Pontificio” ed attualmente conta circa una settantina di sacerdoti e una trentina di seminaristi. Pur essendo preti secolari vivono riuniti in piccole comunità. Sono molto apprezzati per la fedeltà al Magistero, per il decoro con cui celebrano la Messa e per l'utilizzo dell'abito talare. (DL)

Modena: una Messa a Cavezzo nel cuore dell'estate.

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Domenica 27 Luglio 2008, ore 19.00

Chiesa di Sancta Maria ad Nives
Motta di Cavezzo
(Modena)

S.MESSA NELLA FORMA STRAORDINARIA DEL RITO ROMANO

Australia: la GMG che ha riscoperto il silenzio dell'adorazione.

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Tutta la messa finale della GMG è disponibile qui su YouTube: a vari spezzoni è stata caricata l'intera celebrazione.

Notiamo in questa messa la teologia liturgica di Papa Benedetto in piena, sebbene graduale, applicazione: il latino per il padre nostro, benedizione e angelus finale, un tocco di gregoriano per la solenne antifona di comunione; l'altare: sotto ultramoderno, sopra invece secondo l'arraggiamento benedettiano; la comunione in ginocchio e sulla lingua, e l'impressionante silenzio di 300.000 persone dopo la comunione: il papa aveva invitato ad adorare nel cuore Gesù ricevuto nel sacramento, come si vede nel video qui sopra, i giovani sono stati splendidi nell'accogliere il suo invito. Davvero un segno controcorrente: il silenzio adorante di una massa enorme di giovani che dimostra di essere lì per pregare. (AR)


Fonte Cantuale Antonianum

domenica 20 luglio 2008

PIAMS: aperte le iscrizioni 2008/2009.

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Le iscrizioni ai corsi del Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra (PIAMS) per l'anno accademico 2008/2009 sono aperte a partire dalla data odierna, accessibili al sito web dell'Istituto. Maggiori informazioni su Unipiams.


Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra , Viale Gorizia 5 - 20144 Milano, tel/fax 02.89406400

giovedì 17 luglio 2008

Paraguay: rinasce la Fraternità di San Giovanni.

papa
Mons. Livieres in udienza da S.S. Benedetto XVI

Dopo essere stata soppressa nel 2004, la Society of Saint John è rinata come Società di Vita Apostolica nella diocesi di Ciudad del Este (Paraguay), guidata da Mons. Rogelio Livieres, il quale ha affidato alla Fraternità l'apostolato tra gli indios Guaranì, nel territorio delle antiche missioni dei gesuiti. La Fraternità di San Giovanni è presente anche a Roma dove celebra la Messa tridentina presso la Basilica di San Nicola in Carcere ogni domenica alle ore 9.15 e nei giorni feriali alle 12.15. (DL)

Quell'insopprimibile tentazione di rimanere cattolici - VII Parte.

I dietro le quinte della Grazia nella recente storia d'Inghilterra: John Henry Newman, la liturgia cattolica e quei gran bravi ragazzi dei ritualisti anglicani.


Chiesa di St. Mary the Virgin, Times Square, New York.


Mentre durava la controversia per la «Posizione», un’altra ne scoppiò nel campo dottrinale, dovuta in massima parte alle idee dei ministri della Chiesa Larga. Stavolta il capro espiatorio fu il simbolo di S. Atanasio, che essi, in omaggio alla critica moderna, negavano appartenere al santo Patriarca alessandrino per attribuirlo ad oscuri compilatori del secolo VII. Il simbolo, come si sa, contiene dichiarazioni precise sulla Trinità e sull’Incarnazione contro le dottrine ereticali del secolo V e si conchiude con una serie di anatemi, secondo l’uso del tempo, composti con fraseologia tradizionale.

I cattolici sogliono recitare il simbolo ogni domenica a Prima: agli anglicani il «Prayer Book» fa invece obbligo di recitarlo 23 volte all’anno, durante l’ufficiatura del mattino.

I latitudinaristi desideravano l’abolizione del simbolo atanasiano, trovandolo troppo rigoroso e non più adatto ai tempi, dato che la sua pubblica recitazione, fatta in inglese, scandalizzava ed offendeva con affermazioni forse buone ed ammissibili al secolo V, ma, secondo essi, non adatte in pieno secolo XIX.

Infatti molte ufficiature parrocchiali lo avevano già soppresso alla chetichella e da lungo tempo, ma il movimento di Oxford, fin dai suoi inizî, aveva altamente reclamato contro tale negligenza, includendone nei suoi postulati il pronto ristabilimento: tuttavia le resistenze del clero e dei fedeli erano andate crescendo: gli uni rifiutando di sottoscrivere quello dei «39 Articoli» che esigeva la credenza nel simbolo atanasiano, gli altri chiudendo ostensibilmente i loro libri di officiatura durante la sua recita.

Nel frattempo, altre questioni dello stesso genere essendo sorte, era stata nominata una Commissione Reale di inchiesta sulle «rubriche», alla quale anche la questione atanasiana venne deferita; ma la Commissione, sotto l’influenza di Wilberforce, non volle entrare nel merito, limitandosi a dichiarare che gli anatemi contenuti nel simbolo non erano da prendersi alla lettera, ma piuttosto come una «solenne ammonizione contro coloro che rigettavano la fede cattolica». Ma l’arcivescovo Tait ed altri 17 dissidenti insistettero nel primo punto di vista, reclamando la totale abolizione del simbolo, ritenendolo incompatibile colla mentalità del secolo corrente: ciò diede inizio ad una curiosissima polemica; naturalmente la contesa dilagava più che mai nel campo della Chiesa Larga con Stanley alla testa; essi venivano accusati dagli uomini dell’Alta Chiesa e dalle frazioni ritualiste, capeggiate da Pusey, di eresia e di insegnare «essere indifferente di credere ad una cosa o all’altra».

La controversia durò tre anni: l’opinione pubblica fu abbastanza informata con numerosi «meetings», pubblicazioni e petizioni; il clero, come sempre diviso, battagliò nelle due Convocazioni dei vescovi e del clero inferiore: dai vescovi non veniva alcuna luce e nessuna risoluzione. Pusey e Lidchon continuavano a minacciare di ritirarsi dal ministero, qualora il simbolo venisse condannato: minaccia che, data la personalità dei due ecclesiastici, aveva sempre qualche efficacia specialmente sull’episcopato, timoroso dello scandalo che tale avvenimento susciterebbe. Finalmente, sotto la pressione dell’opinione pubblica, dei fedeli e di tanta parte del clero, stanchi della inutile logomachia, si addivenne ad una conclusione, come al solito mediana, in modo da accontentare o scontentare tutti quanti: d’ora in poi una nota esplicativa accompagnerebbe il simbolo e spiegherebbe certe sue frasi dottrinali. La redazione di tali spiegazioni fu quanto mai laboriosa, dovendosi trovare il modo di accontentare le esigenze le più disparate: Pusey era in grandi faccende e di nascosto se ne consigliava con lo stesso Newman, ma finalmente la elucidazione poté essere riassunta in una dichiarazione precisante che il simbolo non costituiva alcuna novità nei confronti delle credenze tradizionali, ma era piuttosto una esposizione drastica di verità necessarie a credersi dai fedeli, mentre i suoi anatemi non riguardavano gli individui in particolare, ma rispondevano a una fraseologia abitudinaria nelle sentenze conciliari e patristiche.

La vittoria dei ritualisti questa volta, sebbene incompleta, apparve a tutti evidente, denotando un mutamento assai generale dell’opinione pubblica in loro favore; malgrado tutto ciò la lotta contro il simbolo atanasiano seguitò ancora per molti anni, finché languì e cadde poi del tutto per mancanza di serie conclusioni.

Non era peranco terminata la questione del simbolo che tutte le frazioni antiritualiste partirono per un’altra offensiva ancora più tenace, questa volta contro il Sacramento della Penitenza, ben consce di toccare un punto scabroso ed irritante per la mentalità inglese.

Come si è già detto, fin dall’inizio del movimento i trattariani avevano introdotto la confessione, usandone però con sufficiente discrezione e prudenza; però quelle novità non erano sfuggite agli avversari e qua e là essi avevano provocato scandali e scenate, non disdegnando di valersi anche della calunnia, specialmente nei confronti dei nuovi sodalizi monacali anglicani. Passato qualche anno, i ritualisti, sentendosi più forti, avevano finito per omettere ogni prudenza, raccomandando la confessione pubblicamente ed usandone apertamente: essi, coll’Eucaristia, la consideravano giustamente come il maggiore strumento di apostolato e di rinnovamento religioso, e tanto più tra la plebe grossolana e materiale di Londra. Ma tutto ciò urtava pregiudizî profondi e radicati nella mentalità inglese, gelosa dei proprî segreti, insofferente di aprirsi con chicchessia su questioni considerate assolutamente intime.

Pareva inoltre ai più, per sentito dire, che la confessione potesse degenerare in inconvenienti assai gravi, anche per la pace famigliare, e potesse essere un mezzo per il clero di maneggiare segreti a proprio profitto: tutto il bagaglio, in una parola, dei soliti sofismi e delle solite volgarissime insinuazioni. La campagna condotta dal clero della Chiesa Bassa e Larga contro il «potere delle chiavi» era assai veemente, non esitandosi dalle stesse cattedre di affermare che «la pratica della confessione è una capitale offesa alla dignità umana, tanto da parere insufficienti la pena dell’esilio e del confino a punirla, meritando essa la pena di morte».

I protestanti, che stavano all’agguato, si valsero di un mezzo molto comune anche in altri paesi, accusando un certo rev. Poole di domande indiscrete e indecenti mosse ai proprî penitenti. L’accusa era e fu dimostrata falsa, ma il vescovo Tait, nullameno, biasimò l’uso che il rev. Poole aveva di raccomandare ai fedeli la confessione, anzi, coll’occasione di sospenderlo, in un pubblico rescritto espose le dottrine della Chiesa inglese in materia. L’incidente non ebbe per il momento alcun seguito, né impedì che l’uso della confessione si diffondesse ancora e tanto che nel 1873 ben 483 «clergymen» firmarono una petizione alla «Convocation» sedente in Canterbury, perché venisse provveduto all’educazione, alla scelta e alla istruzione di confessori debitamente qualificati, e ciò in accordo con le leggi canoniche.

Tale petizione nasceva dalla considerazione dell’uso ormai sempre più diffuso del Sacramento e dalla preoccupazione di eliminare inconvenienti spesso originati dalla mancanza di indirizzo unico, dall’assenza di un testo ed essenzialmente di una reale ed effettiva delega di poteri da parte dell’autorità legittima.

L’inopinata manifestazione meravigliò gli uni e gli altri, mettendo sempre più contro ritualisti e antiritualisti; i protestanti in essa vollero vedere una netta e strapotente affermazione provocatrice, ma molti tra gli stessi ritualisti e firmatari erano tanto incerti su così ardua materia, da essere in dubbio se non si fosse andato troppo oltre.

I vescovi, dai quale del resto c’era nulla da sperare essendo già note le loro idee in proposito, radunati nella loro «Convocation» dichiararono «di ripudiare la pratica della confessione abituale nel modo più perentorio e che la nozione sacramentale della confessione costituiva un errore gravissimo». E intanto nominarono una commissione di studio perché redigesse un rapporto particolareggiato di indole dottrinale su quel tema, mai pensando in quali imbarazzi venivano a porsi; infatti, malgrado l’avversione della commissione per la confessione, essa si trovò di fronte ai formulari del «Prayer Book», nei quali la pratica della confessione era prevista ed accompagnata dal potere di assolvere.

Si decise, quindi, la dilazione della pubblicazione del rapporto. Allora le frazioni protestanti, per guadagnar tempo, mobilitarono la stampa, indicendo assemblee e petizioni, spandendo voci e calunnie, fino a tirare in ballo l’onore della nazione che, secondo loro, era leso da pratiche così basse: ma il partito opposto usava delle stesse armi per difendere la «potestà delle chiavi» e la nozione sacramentale, donde una confusione enorme, tanto che finalmente i vescovi compresero di non poter più continuare nel loro silenzio.

Si trassero essi d’imbarazzo facendo capo al «35° Articolo di Religione», nel quale chiaramente è affermato non essere la confessione sacramento, e ribadita dall’altro lato la tradizione della Chiesa inglese per cui la confessione può venir sostituita dall’appello individuale, da farsi con cuore contrito, ai meriti di nostro Signore, confessandosi così direttamente e segretamente a Dio onnipotente, e che soltanto in via affatto eccezionale può il peccatore ricorrere al ministro, riceverne consigli spirituali e, desiderandolo, l’assoluzione.

Ma l’assoluzione, spiegavano i vescovi, non doveva essere considerata come un complemento necessario dell’atto e, in loro appoggio, citavano il fatto che lo stesso «Prayer Book» non prevedeva alcuna formula assolutoria; comunque aggiungevano che in nessun caso era lecito al confessore inquisire sulle circostanze, sul numero e sulla qualità delle colpe, dovendo esso astringersi ad una semplice audizione passiva di ciò che il penitente gli voleva dire.

La dichiarazione episcopale per tutte le sue contraddizioni spiacque in sommo grado agli ambienti più religiosi della Chiesa d’Inghilterra, tanto che Pusey si mise a capo di una nuova vigorosa protesta, con una dichiarazione, firmata da molti «clergymen» assai in vista, nella quale, in contraddizione coi vescovi, si esponeva la vera dottrina sacramentale, affermandosi essere la confessione una condizione necessaria ed indispensabile per il perdono del peccato dopo il battesimo, e quindi l’assoluzione l’epilogo naturale e logico di essa. La dichiarazione era ricorsa a frasi molto caute, le quali però non riuscivano a mascherare l’opposizione decisa alle dichiarazioni episcopali: tuttavia nessun vescovo osò muoversi contro il veneratissimo Pusey.

(segue)


Tratto da C. Lovera di Castiglione "Il movimento di Oxford", Morcelliana, Brescia 1935. Le puntate precedenti sono in BIBLIOTECA storia ecclesiastica. Photo Rmc Gervey